Gazzetta di Modena

Modena

Pino Zaccaria: «Mancano elementi nuovi»

Pino Zaccaria: «Mancano elementi nuovi»

L’investigatore: «L’omicida agì da dilettante ma l’unico reperto era il proiettile estratto dal corpo»

2 MINUTI DI LETTURA





«Le tecniche di indagine di laboratorio della Scientifica sono cambiate e oggi sono evolute rispetto ad allora, ma non credo che siano applicabili al caso Montanari. Il motivo è che mancano elementi da analizzare e soprattutto elementi di confronto per arrivare a dare un volto all’assassino rimasto impunito». Giuseppe “Pino” Zaccaria, ex commissario della polizia di stato oggi in pensione, uno dei più apprezzati detective emiliani, all’epoca dell’omicidio del Policlinico, l’8 gennaio 1981, era maresciallo alla Mobile e seguì in prima persona le indagini per conto del suo capo e della Procura. La sua opinione, oltre che qualificata dalla alta professionalità, è scandita dai ricordi di una indagine che seguì ma finì senza sbocchi. «C’erano pochissimi elementi di indagine. L’ogiva del proiettile che uccise Montanari indicava chiaramente che era stata utilizzata un’arma rara. Questo fece pensare che l’assassino ne fosse entrato in possesso non da diretta fornitura d’acquisto; era un’arma trattenuta dalla guerra, la sua provenienza era americana, probabilmente era una Remington. Ma l’arma non fu mai trovata. L’altro elemento che mi convinse che eravamo di fronte a un dilettante o addirittura a un omicida occasionale (magari dopo un litigio con Montanari davanti al suo Maggiolone) era la posizione adottata dal killer stesso. I colpi sparati di fronte mentre Montanari era seduto al volante e poi da dietro quando il ginecologo era caduto premendo l’acceleratore per inerzia: l’assassino ha invece pensato che volesse scappare e quindi ha sparato ancora. Soprattutto mi impressionò il fatto che avesse sparato quasi casualmente quando chi sa uccidere avrebbe puntato direttamente alla tempia di Montanari, di fronte a lui. Un altro chiaro segnale che non fosse un killer era il luogo dell’agguato. Insomma, eravamo di fronte a qualcuno che aveva sparato e ucciso ma che non rientrava nei soliti canoni». Il punto è quindi che a fronte di scarsissime tracce lasciate dal killer, lo scoglio che pare insuperabile è stato proprio il suo comportamento, del tutto “ingenuo” per un omicida. «La dottoressa Eleonora De Marco, allora pm, seguì le indagini con cura. Ottenne la relazione dell’autopsia in tempi strettissimi. Ma le indagini non andarono avanti. Anche la seconda inchiesta, aperta dal procuratore Walter Boni, non approdò a nulla. Oggi si potrebbe riaprire il caso a non so a cosa porterebbe».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google