Modena, senzatetto vive da 18 anni dentro la stazione
La storia di un ex operaio dell’Alta Velocità che trova riparo dal freddo nel sottopassaggio dei treni: «Vivo dentro la stazione e nell'ex scalo merci da 18 anni. Dopo aver perso il lavoro sono rimasto disoccupato finendo qui. Siamo una dozzina tra italiani e stranieri e cerchiamo di rispettarci, l'unico problema sono i nordafricani quando si ubriacano e diventano violenti. I disagi invernali? Siamo abituati»
MODENA. «Hai cinque euro?» Te lo chiede a bassa voce guardandoti, senza neanche allungare la mano. Resta avvolto nella sua coperta, appoggiato al lato del sottopassaggio della stazione mentre l’aria fredda passa senza sosta. Se non gli dai niente, lo chiede al prossimo. Ma poi ci si trova da soli e si finisce per parlare. Ci ricordiamo di loro solo in questi giorni quando si viene a sapere di qualcuno di loro morto di freddo in un’altra città. Anche se Modena ha una struttura attrezzata per sfamare e dare rifugio temporaneo ai senzatetto, una dozzina di loro, “irriducibili”, preferisce una vita solitaria senza legami intorno alla stazione dei treni. E Giovanni è uno di loro. «Vivo in stazione da diciotto anni. Sono tanti eh?».
È incredibile: diciotto anni lì. Ma lo ripete: «Sì, sto qui a Modena oppure a Castelfranco. Una volta là, una volta qua. Se mi mandano via mi sposto». Giovanni ha trovato un rifugio in quel sottopassaggio che porta in via Fanti, ma non è certo un luogo comodo. Fa freddo e soffia una corrente gelida, ma dice di essersi abituato. «Ho quarant’anni e a parte i denti me la cavo, anche se sembro vecchio. Sono tanti anni che vivo così», racconta. Dice di essere napoletano. È capitato a Modena come carpentiere: «Mi hanno assunto nel cantiere Tav, ho lavorato, poi ho perso il lavoro».
«Mia madre era venuta su a Modena da me. Le avevo detto di raggiungermi: qui si stava bene, c’era lavoro. E quando ho perso il posto da carpentiere, non le ho detto niente dei miei problemi, della disoccupazione. Lei non ha mai saputo niente». La sua vita è andata a pezzi. Non racconta i suoi gravi problemi successivi, il ritorno della madre a Napoli e i rapporti coi fratelli. Giovanni è solo dispiaciuto di non averla più vista.
Un passante si ferma e gli allunga un panino. Giovanni lo rifiuta. Il passante se ne va brontolando: «Fa l’elemosina e non vuole il panino!», esclama. «Lui non sa che non posso mangiarlo - spiega Giovanni - faccio così fatica a masticare ormai. Mangio solo i panini del fast food, quelli sono teneri, di gomma. Per me mangiare è diventato difficile». Chiede ancora 5 euro. «Vuoi pregare con me? Tu credi in Gesù? Per te Gesù è importante?», chiede sgranando gli occhi.
Come lui sono più di dieci i senzatetto che si dividono quei corridoi e gli spazi all’aperto dell’ex Scalo Merci. «Siamo italiani e stranieri. Tra di noi ci lasciamo stare - conclude Giovani - ci rispettiamo. Solo i nordafricani ubriachi diventano pericolosi. Cerchiamo di non infastidirci tra di noi. Ognuno per sé».
C’è qualche speranza di uscire da questa situazione? «Credo di sì, io ce l’ho. Posso farcela. Devo trovare un lavoro. Non può finire qui. Allora, ci credi in Gesù?».
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