Guido De Maria: «Inventammo Nick Carter scatenando l’ira di Mike»
Il fumettista e la storica fabbrica modenese dei cartoni animati Gulp e SuperGulp: «La nostra scuola dispersa, ma ai giovani consiglio di lavorare con l’umorismo»
MODENA. «Oggi, in generale faccio pubblicità, partecipo a manifestazioni di cabaret e sono oramai presidente di diverse giurie. Mi sono anche occupato della regia e sceneggiatura, di un progetto lirico realizzato insieme al Gruppo Amarcord».
Guido De Maria si è raccontato così, con ironia simpatia, a Veronica Veratti di Voci dal B(r)anco, nel recente incontro organizzato al Memo di viale Barozzi dalla nostra redazione interscolastica, per i suoi dieci anni di attività. All’incontro ha partecipato con l’amico Riccardo Benini, del quale racconteremo in una prossima puntata. De Maria è nato a Lama Mocogno nel 1932, e ha conosciuto e lavorato con i grandi del fumetto italiano. Vive tuttora a Modena, dove aveva creato una delle scuole più importanti d’Italia, e lavora per una società che ha sede nel reggiano.
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«Il mio amico Francesco Guccini ha sempre sostenuto di aver imparato a suonare la chitarra per conquistare le ragazze, io, che suonavo l'ocarina, non ho mai guadagnato grandi simpatie da parte loro».
Guido De Maria esordisce con la consueta ironia, spiegando la decisione di dedicarsi al fumetto, che ne ha fatto uno dei maestri mondiali del disegno animato.
«Mi accorsi ben presto che il gentil sesso rimaneva affascinato quando abbozzavo qualche disegnino divertente; così, intrapresi la carriera di disegnatore umoristico».
Cosa rappresentava il fumetto quarant'anni fa?
«Un tempo si credeva, sbagliando, che leggere i fumetti fosse diseducativo, indipendentemente dal tema. Per questo noi li leggevamo di nascosto. I motivi erano tanti, soprattutto politico-religiosi: se appartenevi a una famiglia facoltosa e benpensante, per esempio, era scandaloso farsi sorprendere con una copia de Il Pioniere. E invece insegnavano a leggere ai bambini prima che lo facesse la scuola».
Quando l'essere disegnatore cessò di essere un passatempo?
«Decisi di partire per Milano. Presi la cartella con i miei disegni e salii su un treno, diretto alla redazione di Epoca.Fui accolto dal nuovo direttore, Enzo Biagi. Quando seppe che studiavo alla facoltà di matematica e fisica, mi congedò, promettendo di pubblicare qualche mio disegno ogni qualvolta avessi superato un esame. Se avessi dato tutti gli esami che ho detto di aver superato a Biagi, oggi avrei tre lauree con master e una specializzazione in dialetto bergamasco, uno dei più difficili».
Ci fu un disegno che colpì Biagi durante il colloquio?
«Non saprei… Mi ricordo però che il primo disegno che gli mostrai fu una vignetta su due fidanzatini russi che facevano un pic-nic. Sulla tovaglia c'era poco cibo, perché i russi allora erano poveri. I due osservavano con tenerezza una fila di formiche che salivano sulla tovaglia per rubare briciole, e lui diceva “Lasciamo che mangino, Natasha… son formiche rosse!».
Dalla carta stampata alla televisione il passo fu breve.
«Mio padre mi diceva “Guido, ricordati che i carmina non danno pane, figurarsi i tuoi pupazzi!”. Riconobbi che in parte aveva ragione. Trovai quindi nella tv un metodo innovativo per far vivere i miei personaggi, che svilupparono il loro percorso nel Carosello»
Con amici, De Maria fondò la Vimder Film, casa di produzione pubblicitaria.
«Il primo spot a cui partecipai fu quello della cera Grey (“una buona cera, ottima direi, è cera Grey”), fatto a cartoni animati, poi messo in scena dai comici del momento: i Brutos (Bruno e Guerrini) e Franco Franchi e Cicco Ingrassia».
Tra tanti suoi spot ce n'è uno a cui si sente più legato?
«Senza dubbio quelli dell'Amarena Fabbri, storielline che portavano in scena una ciurma di pirati guidati da Salomone, il pirata Pacioccone. Gli spot aprivano col corsaro che cantava e terminavano sempre con Mano di Fata, uno della ciurma, che prendeva per il collo il malcapitato di turno chiedendo a Salomone il permesso di torturarlo. E Salomone riportava la calma dicendo “Ma cosa vuoi torturare tu? Porta pazienza! So ben io come fargli aprire la bocca. Basta offrirgli un'Amarena Fabbri!”. Per creare queste vignette ho collaborato, fra gli altri, con Guccini, che riusciva ad inventarsi delle sciocchezze più divertenti delle mie».
Che rimane dei suoi lavori?
«L’unica cosa che si vede ancora è lo spot sui nanetti della Loaker. Lavoro all’edizione tedesca della pubblicità».
Ha nominato più volte un altro modenese illustre, Guccini. Che rapporto ha con lui?
«Un vecchio amico. A quei tempi non voleva saperne di fare il cantautore: alcune delle sue canzoni più famose, come Auschwitz o Dio è morto non erano firmate da lui. Io ho sempre riconosciuto in Guccini un talento straordinario, oltre che un’intelligenza e una cultura fuori dal comune, e ho sempre spinto perché abbracciasse questa carriera. Feci al posto suo domanda perché intraprendesse l’esame d’autore. Per tutelarlo. Lui obtorto collo si recò a Roma, e diventare autore fu una bazzecola dopo tutto quello che aveva già fatto».
Perchè ha scelto Modena?
«Mi sono innamorato di una modenese e, nel ’68, mi sono trasferito. È stata un po’ la mia fortuna perché Bonvi, che era venuto a lavorare da me, decise di seguirmi, e aprimmo uno studio insieme. La parte gestita da Bonvi si chiamava Playcomics e la mia Playvision, perché si faceva tv. Si lavorava 24 ore al giorno: io entravo la mattina alle 8 e uscivo alle 20, Bonvi, che era un notturno, il contrario. Molti ragazzi vennero da noi per presentarci le loro le loro idee. Da qui sono passati un sacco di disegnatori importanti, ho visto nascere Lupo Alberto e Sturmtruppen…».
Cos'era Sturmtruppen?
«La parodia del soldato tedesco, che ha vinto tutte le battaglie e perso tutte le guerre. Inventò, il tedeschese facendo finire in -en tutte le parole (comandanten, pronten…)».
Come nasce Nik Carter?!
«Nick Carter era la parodia di un investigatore americano di fine ’800, la cui storia fu pubblicata in piccoli fascicoli dall’Editrice Nerbini tempo prima. L’idea nacque quando la Rai chiese a Bonvi e a me un prototipo di fumetto per la tv. La stessa richiesta fu fatta anche a Campani, uno dei grandi del mondo della pubblicità, e a Bruno Bozzetto, autore del celeberrimo signor Rossi. Sulla carta partivamo battuti, perché Campani era un colosso della televisione e del disegno, e Bozzetto, l'enfant prodige, aveva alle spalle il Signor Rossi e tre lungometraggi straordinari. Alla fine, nonostante tutto, fummo scelti noi, perché sia Campani che Bozzetto non riuscirono a liberarsi dalla loro attitudine di grandi animatori. Il nostro, invece, era un fumetto in tutto e per tutto».
Quale fu l'innovazione di Gulp! Fumetti in tv?
«Abbiamo passato quello che c’era sulla carta stampata in televisione, era sempre un racconto per immagini, ma aiutato da una colonna sonora e da alcune voci straordinarie. Per Nick Carter ci avvalemmo della voce di Carlo Romano, doppiatore italiano del comico Gerry Lewis, di Don Camillo, di Hitchcock. È stato creato qualcosa che non tradiva il fumetto nelle sue caratteristiche iconografiche e di racconto. Così, nel ’72, con Gulp! Fumetti in tv, il fumetto approdò per la prima volta in televisione. Riuscimmo ad avere in quel quarto d'ora più ascolti di Mike Bongiorno, che si infuriò e fece di tutto per farci spostare da quella fascia oraria».
Questo laboratorio che c'era in centro a Modena…
«Era dalle parti di via Giardini, in via Agnini. Era un grande studio, ci stavano novanta persone. Dentro c'era anche un teatro di posa, necessario perché nel Carosello, dopo la parte a cartoni animati, c’era il finale dedicato al prodotto vero. Lì abbiamo girato almeno 80-90 Caroselli con Franco e Ciccio. Oltre a questo e agli addetti al disegno e alle riprese, c’erano una cinquantina di persone, quasi tutte ragazze, che coi loro guanti bianchi ripassavano su dei fogli trasparenti i disegni fatti dagli animatori, che poi venivano ribaltati e pitturati sul retro dai coloristi. Il lavoro da fare era enorme, per ogni secondo erano necessari circa 12 disegni».
Di tutto questo cosa resta? C'è almeno una targa?!
«Nulla. Adesso c’è un distributore di benzina».
Possiamo dire i nomi di quelli che sono passati da lì?
«Paul Campani, il più grande. Ma anche Bignardi, che poi ha dato vita al suo gruppo di animazione e il gruppo della Cartoncine formato da Renato Berselli, Gianni Parenti e Serafini, che realizzò tantissimi sceneggiati di Calimero».
E tutto questo lavoro? Continua da un'altra parte?!
«No. Non hanno avuto l'idea di continuare il progetto al di là dei Caroselli, creando delle serie tv, cosa che invece hanno fatto i giapponesi con i manga.
Ha avuto difficoltà ad entrare nel mondo della tv?
«Certo, ma più nell'impormi come disegnatore, cartonista e umorista, perché ero il meno talentuoso, circondato da personaggi come Giorgio Cavallo, Alfredo Malagola, Carletto Manzoni o Cassio Morosetti. Ebbi l’onore di avere come maestro Morosetti. Sono stato molto fortunato».
E oggi?
«Sono cambiati i modi e i riferimenti, ora ci si allontana dalla comicità per addentrarsi in un umorismo non così immediato. C'è anche da dire che far piangere è molto più semplice che far ridere. La comicità una volta si orientava sulla macchietta, mi ricordo Montesano, che ne faceva di molto pittoresche; Verdone, che ha dato vita ad una serie di macchiette e personaggi meravigliosi. Oggi si tende a raccontare in maniera più estesa. Non si lavora sulla macchietta ma sul quotidiano».
Cos'è rimasto dell'idea di vignetta, al di là della satira?
«Oggi ci sono due grossi gruppi, quello che fa capo a Sergio Bonelli e che pubblica una ventina di fumetti al mese, tra cui Dylan Dog, Tex Willer e Martin Mystère; e l'altra è la Panini, che ha rilevato tutto il materiale della Marvel e della Disney e pubblica i disegni e le storie di Leo Ortolani, un grande del disegno contemporaneo. Ci sono anche altre realtà, come ad esempio Massimo Bonfatti, forse il più bravo di tutti i disegnatori nati nell'Istituto d'Arte di Modena, che ha collaborato con Comix e Smemoranda, e l'eccellenza di Silver, che ha dato vita a Lupo Alberto e che tutt'ora pubblica le sue storie. Poi ci sono i manga».
E secondo lei è calata la qualità della pubblicità o no?
«Ci sono ancora delle pubblicità che strizzano l’occhio alla comicità, penso ad esempio alla pubblicità della 500 che si trasforma in 500L grazie al viagra. Oggi si tende a fare pubblicità grandiose, quando invece usare la comicità potrebbe essere molto utile: una persona non compra un prodotto perché la pubblicità fa ridere, ma ne parla e la voce si sparge».
Cosa consiglia a un ragazzo che vuole fare il fumettista?
«Non esistono più grandi possibilità per chi vuol fare fumetti, a meno che non spostiate i vostri interessi di disegnatori nei settori del web, della televisione o della pubblicità, che permettono ancora di guadagnare una certa notorietà. Oggi chi vuole intraprendere una carriera in campo fumettistico tende a trasferire i suoi studi all’estero, in particolare America o Giappone. Anche la Francia è anni luce più avanti. Da noi faticò a trovare spazio il grandissimo Benito Jacovitti, che già a 17 anni fu uno dei più grandi disegnatori che abbia mai incontrato, forse il più grande di tutti i tempi».
Un consiglio ai giovani?
«Divertirsi. Divertitevi sempre. Solo così il lavoro non è più un lavoro, ma un passatempo. Fare quello che mi piaceva è stata una delle grandi fortune della mia vita, un’altra è aver sempre lavorato con gente che aveva, mediamente, trenta o quarant’anni in meno di me, così da restare al passo coi tempi».
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