Finale, vittime di errore giudiziario: «Risarcite»
Finale. Assolti dall’accusa di minacce e violenza carnale di una nipote davanti a scuola: «Vite rovinate, paghino Ausl e psicologa»
FINALE. Fu uno dei più gravi errori degli investigatori (Procura, Polizia, Ausl...) che avevano costruito la vicenda dei “pedofili della Bassa”. Uno squarcio, che a ritroso ha consentito una rilettura più aderente alla realtà, restituendo un minimo della dignità strappata a decine di persone da istituzioni “credulone” su riti satanici, cimiteriali e altre amenità, mentre dei circa 20 bambini tolti alle famiglie della Bassa ne è tornato a casa solo uno, per la complessità delle dinamiche relazionali ed emotive che erano state costruite. A distanza di vent’anni, c’è chi chiede il conto alla testimone e presunta vittima, oggi maggiorenne, alla psicologa che avviò le decisioni e all’Ausl. Come? Con una citazione a giudizio davanti al Tribunale, per chiedere il risarcimento economico delle spese sostenute, e soprattutto del dolore e della perdita di una dignità che non hanno un vero prezzo.
Lo spunto è la cosiddetta vicenda della “frasca”, una presunta violenza carnale commessa con il ramo di un albero da don Giorgio Govoni (compianto parroco di San Biagio, morto di crepacuore proprio per queste accuse), da Enzo Morselli (deceduto anche lui) e da due dei suoi figli, residenti a Massa.
Una dei figli minori di Lorena Morselli e Delfino Covezzi (anche lui deceduto), collocata dall’Ausl presso una famiglia reggiana specializzata in questo tipo di affidamenti, aveva raccontato alla psicologa Ausl a Mirandola che a novembre 1999, all’uscita dalla scuola media di Quattro Castella, nel reggiano, era stata avvicinata dai 4, “sequestrata”, violentata e minacciata di non testimoniare contro di loro al processo che era in corso a Modena, sempre per altre vicende legate alle plurime e sovrapposte inchieste che hanno coinvolto decine di persone tra Finale, Massa, Mirandola. I giudici di Reggio furono chiamati a giudicare sui riscontri investigativi che avevano voluto condurre a Modena e Mirandola. All’esito del dibattimento, il Tribunale di Reggio ha assolto gli imputati “perché i fatti non sussistono” (sentenza 240 del 2005).
Contro questa sentenza ha proposto appello l’Ausl di Modena (il 27 settembre 2005). Ma con sentenza 11024 del 18 aprile 2012 la Corte di Bologna ha confermato la sentenza, condannando la parte civile appellante (l’Ausl) al pagamento delle spese processuali: «I riscontri esterni che avrebbero potuto corroborare le affermazioni della bambina con riferimento a quei fatti specifici non hanno trovato conferma, ma sono stati anzi disattesi, e assumono pertanto il valore di evidenze in contraddizione e negazione rispetto... alle dichiarazioni della minore», scrivevano i giudici di Bologna. Il 18 luglio 2012 la sentenza era definitiva. E oggi, con l’atto di citazione curato dall’avvocato Guido Bomparola si torna in Tribunale. A parti invertite.
Alberto Setti
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