La nuova maturità vista da un preside: «Prove più indebolite, è quasi una formalità»
«Cosa vuole che le dica, l’ultima edizione dell’esame di Stato alle scuole superiori, per quello che è dato conoscere, rappresenta un passo in più per assottigliare l’importanza della prova. Mi...
MODENA. «Cosa vuole che le dica, l’ultima edizione dell’esame di Stato alle scuole superiori, per quello che è dato conoscere, rappresenta un passo in più per assottigliare l’importanza della prova. Mi dispiace questa diminuzione sistematica, continua della prova che racchiude le capacità di uno studente dopo cinque anni di studio. Tempo che diventi sempre più una formalità, inutile in un mondo dove bisogna abituarsi a competere. Chi lo sa, magari verrà abolito del tutto».
Non ha molte speranze Alberto De Mizio, origini sassolesi e una lunga militanza nel mondo dell’insegnamento, anche come vicepreside e preside incaricato, prima di diventare preside a tutto tondo undici anni fa. Oggi, a fianco del governo dell’istituto professionale Cattaneo affianca anche quello del Venturi, in cui è stato per molti anni; in pratica trova sulla scrivania i problemi di 3.000 studenti e più di 500 insegnanti. Di questi ce ne sono 280 che si presentano con i certificati sanitari che documentano una capacità ridotta nell’apprendimento o nello studio, tra bisogni educativi speciali, dislessia e così via.
«La scuola è molto cambiata da quando ho iniziato - spiega con una punta di malinconia - Sono del ’52 e fra due anni dovrei andare in pensione. Appartengo all’ultima generazione che ha fatto gli esami portando tutte le materie, come tutti del resto prima della riforma del ’71-’72. Poi sono inziati i cambiamenti diventati vorticosi, continui e di segno diverso. Ad esempio le commissioni d’esame prima erano tutte costituite da docenti esterni da fuori città, poi solo un presidente per tutto l’istituto, ora membri interni con presidente esterno. Lo stesso atteggiamento altalenante si riflette ora nelle materie da portare alla prova: prima c’era il grande quiz, che ora non c’è più, sono tornate due materie orali e basta; però c’è il test Invalsi il quinto anno, obbligatorio per effettuare l’esame».
Si torna dunque alla madre di tutte le domande: se questo tipo di esame, rifatto e ricambiato tante volte negli ultimi anni a colpi di decreti ministeriali, è il punto d’arrivo di cinque anni di studi, qual’è il modello di scuola che ha come modello?
«Per molti aspetti - conclude con un pizzico di malinconia il preside De Mizio - oggi le scuole sono depositi di problemi di adolescenti che devono passare degli anni e imparare quello che riescono. Anche il modello dei crediti, che prende per buono qualsiasi impegno extrascolastico, senza verificarlo, presuppone una scuola che passa dalle conoscenze delle materie alle competenze. Ma in che direzione? Che valutazioni dobbiamo dare come docenti? Ecco, vorrei che fosse chiaro che sapere e saper fare sono due campi distinti. Comunque si dovrebbe lavorare per potenziare scuola e formazione, nel mondo che viene avanti la preparazione sarà fondamentale».
Saverio Cioce
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