Allarme da Roma: nel carcere una sezione per detenuti mafiosi
Il senatore Pd Vaccari chiede al Guardasigilli se sono fondate le voci sul trasferimento a Modena per detenuti “eccellenti” con regime 41-bis. «Non è una struttura adatta, ha già seri problemi»
Sono solo voci che circolano in Parlamento, ma l’ipotesi che alcuni mafiosi con il 41-bis - le disposizioni restrittive applicate agli elementi più pericolosi delle associazioni mafiose e criminali in genere - vengano trasferiti in carcere a Sant’Anna a Modena suscita inquietudine. E il senatore Pd Stefano Vaccari, volendo saperne di più, ha presentato un’interrogazione al Guardasigilli Andrea Orlando. Il ministro risponderà in tempi stretti.
Un chiarimento istituzionale a questo punto pare necessario per una città che non conta detenuti pericolosi di questo tipo. Anche nel caso in cui Sant’Anna venga adattato, si creerebbe una situazione nuova con tanto di parenti e conoscenti dei “boss” in città per i colloqui col detenuto “eccellente”. Spiega Vaccari: «Si tratta di voci circolanti che mi sono giunte e sulle quali vorrei che il Ministero di Grazia e Giustizia fornisse una spiegazione precisa. Per ora si parla di niente, appunto, ma con i problemi che già esistono a Sant’Anna e dei quali si parla da mesi, portare detenuti con il 41-bis vorrebbe dire crearne dei nuovi».
Modena, tra l’altro, non è un carcere di massima sicurezza. Ma non sarebbe questo il problema, spiega Vaccari: «Si può costruire una sezione di massina sicurezza all’interno di un carcere che non lo è. Il punto però è che solo due anni fa a Sassari è stato aperto un carcere proprio per contenere questi mafiosi. Un anno fa ne hanno trasferiti 90 dei 750 totali. Insomma, la scelta di Modena, se fosse vera, andrebbe in direzione contraria».
Aggiunge Vaccari: «La Direzione nazionale antimafia ha da sempre considerato il regime carcerario 41-bis uno strumento strategico nell’attività di disarticolazione delle organizzazioni mafiose, perché consente di privarle dell’apporto dei loro capi, finalmente assicurati alla giustizia e privati anche di quella, seppur ridotta, libertà d’azione che il regime di detenzione ordinaria potrebbe comunque continuare ad assicurare loro. Tuttavia la cronaca ci ha purtroppo insegnato come fino al 2010 anche le maglie di questo particolare regime detentivo si fossero lentamente ma inesorabilmente allargate, con episodi clamorosi di boss che dal carcere duro riuscivano a mantenere relazioni con i clan o addirittura a concepire figli».
Secondo il senatore è quindi «prioritario mantenere quanto mai alta l’attenzione e vigilare perché l’efficacia di questo importante strumento non venga nuovamente intaccata».
Attualmente sono 750 i detenuti sottoposti al regime 41-bis, dislocati in 12 diverse strutture penitenziarie. In base a quanto si è potuto apprendere negli ultimi giorni l'Amministrazione Penitenziaria (che dipende dal Ministero di Grazia e Giustizia) avrebbe allo studio l'ipotesi di realizzare una sezione detentiva da destinare a detenuti in regime di 41-bis anche presso il carcere di Modena.
L’ipotesi - finora senza consistenza istituzionale - si adatterebbe male a una struttura carceraria come quella del Sant’Anna, «che ha mostrato nel corso degli anni evidenti limiti già alla detenzione ordinaria, pur compensati dagli sforzi e dall'impegno del suo personale e dalla proficua collaborazione con diversi soggetti del volontariato modenese. Una scelta che parrebbe in contraddizione con quella fatta dalla stessa Amministrazione Penitenziaria di limitare la collocazione di questo tipo di detenuti in strutture con specifiche caratteristiche e spazi adeguati per meglio gestirne la custodia e limitarne i contatti con l'esterno e che inoltre rischierebbe di acuire ulteriormente le criticità sulla sicurezza del territorio modenese più volte segnalate da amministrazioni locali e associazioni di categoria, essendo dimostrato il manifestarsi di azioni collegate alle organizzazioni criminali di appartenenza di detenuti in regime di carcere duro, laddove sono reclusi».
Conclude il senatore modenese: «Al ministro della Giustizia quindi chiediamo quale si la fondatezza di questa ipotesi e se la ritenga coerente con gli obiettivi di qualificazione più complessiva del sistema penitenziario del nostro Paese».
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