Da Serramazzoni a Chernobyl tra i sopravvissuti del disastro
Francesca Gorzanelli e Emanuele Cosimi sabato partiranno per l’area del disastro nucleare per documentare quel che resta, come vivono i trecento anziani che non hanno voluto lasciare la casa
SERRAMAZZONI. Raccontare Chernobyl con gli occhi del cuore. Francesca Gorzanelli ed Emanuele Cosimi, serramazzonesi adottivi, sono pronti a tornare in Ucraina. Da sabato prossimo a domenica 5 febbraio saranno a contatto con una realtà che ha conosciuto una delle più grandi catastrofi del secolo scorso. Il 26 aprile 1986 il mondo fu sconvolto dalla centrale nucleare che esplose presso la località ai confini della Bielorussia. Allora vivevano circa 14.400 persone a Chernobyl e 49.360 a Pripyat, il centro più vicino al luogo in cui si ruppe il reattore 4, ora coperto da un sarcofago. «Cerchiamo di non sfalsare la realtà - ha spiegato lei, ex residente a Vignola - e, poiché la fotografia rappresenta ciò che si vive internamente, trasmettiamo quando vediamo con i nostri occhi». Nel 2015 sono partiti in autunno, nel 2016 in primavera. L’inverno rappresenta il momento più difficile per chi è rimasto. Nella zona d’esclusione i due avranno una maschera per proteggerli dalle polveri e vestiti lunghi “usa e getta” per non essere contaminati dalle radiazioni. Per entrare hanno avuto bisogno di permessi. «Nell’area in cui v’è il divieto più restrittivo - ha spiegato la fotografa - saranno rimasti trecento anziani». Perché sono rimasti? Cosa ricordano? Come convivono tra le macerie di un nemico invisibile? «Sono abituato alle immagini di guerra - ha aggiunto Cosimi - ma l’abbandono di Chernobyl mi ha colpito molto». Lui ha ricordato il palazzo della cultura di Pripyat, quasi uno scheletro dell’edificio di un tempo. A Gorzanelli è restata impressa un’altra scena nello stesso luogo: un selfie su un tramonto tra i tetti deserti. Hanno imparato che, anche a meno 15 gradi, l’accoglienza può essere davvero calda. «Il termine che usiamo più di frequente è “Nasdarovia” - ha ribadito la donna - cioè alla salute”. Ci sono anziane che vivono da sole, che hanno più di ottant’anni e sono molto accoglienti: ci offrono di tutto. Ci troviamo imbarazzati a rifiutare i prodotti di un orto altamente contaminato». Gorzanelli ha conosciuto un’evacuata di Pripyat, ora residente in Italia e restia a raccontare la sua storia. «Per una scelta del governo dell’ex Unione Sovietica - ha riconosciuto la fotografa - tutte le persone sono finite nel silenzio». Silenzio che lei romperà con aggiornamenti su una pagina social (https://www.facebook.com/NoFear.Foto/). In essa compariranno sia immagini sia aggiornamenti sul loro stato di salute, grazie a un macchinario che avranno in dotazione. Foto e racconti potranno incontrarsi in un libro, in una mostra patrocinata dal Comune ad aprile e in incontri con gli studenti delle medie.
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