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Da Carpi alla Grande Mela per lavorare da Google

di Valeria Cammarota
Da Carpi alla Grande Mela per lavorare da Google

Alberto Grazi, 42 anni, fa il manager per il più grande motore di ricerca mondiale «Non mi sento un “cervello in fuga” ma l’America consente di mettersi in gioco»

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CARPI. Lavorare per Google è il sogno di molti: uffici spaziosi, colorati, dotati di giochi, bar, scivoli, palestra, sala di meditazione... Tanti farebbero carte false per essere assunti, pochi riescono ad accedervi.

Alberto Grazi è uno dei fortunati. Nato a Carpi 42 anni fa, è entrato in Google undici anni fa come technical account manager: prima a Londra, poi a Milano. Ora, a New York.

Come è entrato in contatto con Google?

«Per caso: un'amica mi informò di una posizione disponibile. Dopo aver passato le durissime selezioni, iniziai all’Headquarter londinese come technical account manager. Oggi, gestisco un team di consulenti a San Francisco e a New York e sono responsabile di una nuova tecnologia per l'inserimento di annunci pubblicitari personalizzati all'interno di trasmissioni tv. In un futuro non remoto, gli stacchi pubblicitari saranno personalizzati per l'utente davanti allo schermo e Google è una delle poche aziende in grado di gestire un sistema di tale complessità. Nello specifico, il mio team si occupa dell'integrazione di questi nuovi strumenti digitali con i sistemi di automazione televisivi. Raramente ho lavorato con un pool di persone così competente».

Si senti un cervello in fuga?

«Non mi sento un "cervello", ma sono senz'altro in fuga: scappo da un Paese senza opportunità, dove la meritocrazia è una chimera. L'America non è perfetta, ma rimane un luogo dove trovare stimoli per mettersi in gioco. Qui, essere figli di qualcuno serve a poco. Capacità, intraprendenza e spirito di adattamento sono gli unici talenti necessari».

Si è ambientato bene a New York?

«Dopo aver vissuto in tre grandi città, trasferirsi a New York è stato relativamente semplice, nonostante stessimo aspettando la nostra prima bimba: gli americani hanno in media più figli degli italiani, quindi la cultura e le città sono orientate verso le famiglie. Per il resto, viviamo la stessa vita che credo vivremmo in qualunque altra parte del mondo: abbiamo comprato casa a Brooklyn, ottenuto il visto permanente e la mia bimba più grande frequenta la scuola pubblica».

Come sono visti gli italiani negli Stati Uniti?

«L'Italia ha un posto speciale nel cuore degli americani. L'attenzione è però rivolta al secolo scorso: continuano a venire in vacanza nel Belpaese, ma dal punto di vista economico e politico l'Italia di oggi è "non pervenuta". Bunga Bunga e terremoti sono state le uniche notizie riportate dai media locali, negli ultimi sei anni.

E Trump?

«Personaggio di dubbio gusto, cui poco interessa il futuro dell'America. Purtroppo, le scelte annunciate finora vanno nella direzione opposta a quanto servirebbe per redistribuire la ricchezza. È una storia che noi italiani abbiamo già visto negli ultimi vent'anni con l'ascesa di un miliardario al potere: non si può gestire lo Stato come un'azienda, così come i cittadini non sono dipendenti e la giustizia sociale non è una voce di bilancio».

Quando torna a Carpi si senti ancora a tuo agio?

«L'Italia è un Paese dove passare una vacanza meravigliosa, ma non dove vivere dovendo guadagnare per poter offrire un futuro dignitoso ai propri figli. Gli Stati Uniti sono un'alternativa migliore, nonostante alcuni grandi problemi quali divisione razziale, libero accesso alle armi e una concentrazione ingiusta della ricchezza.

Che futuro sogna per le sue figlie?

«Spero abbiano l'opportunità di scegliere il loro avvenire libere da preconcetti. Uno dei regali più belli che potessi fare loro sono il bilinguismo e i doppi passaporti con accesso a 27 nazioni in due continenti: spero di poter lasciare loro un mondo migliore di quello che ho trovato, ma le decisioni su cosa, dove e come spetteranno a loro. L'importante è che siano felici e non abbiano rimpianti».

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