Soccorsi lenti con decesso Inchiesta della Procura
Pievepelago. La tragedia di Giuseppe Manfredini, decine di chiamate inutili Il fratello Giuseppe fa denuncia: quattro indagati, ma si va verso l’archiviazione
PIEVEPELAGO. Un fratello morto nell’arco di cinque giorni tragicamente indimenticabili, in cui nessun medico, se non alla fine, ha capito quello che aveva.
Germano Manfredini, storico segretario della Lapam di Pievepelago per 39 anni e ora in pensione non riesce a rassegnarsi all’accaduto: ha vissuto la tragedia della scomparsa del fratello 64enne Giuseppe in circostanze che fanno pensare.
E non solo, perché per quanto accaduto nell’aprile 2016 ha formalizzato una querela che ha portato la Procura ad aprire un fascicolo a giugno, inviando avvisi di garanzia a quattro tra guardie mediche di Pieve, medico di famiglia e dottore del Pronto Soccorso di Pavullo. Ma a novembre il medico legale della Procura nella sua relazione conclusiva non ha ravvisato colpe gravi a carico di nessuno, cosa che lascia presupporre un’imminente archiviazione.
Tutto inizia il 18 gennaio 2016, quando Giuseppe avverte forti dolori alla schiena e all’addome: «Chiama il suo medico curante – spiega Germano – che pensa a una lombosciatalgia e gli prescrive antinfiammatori. Ma il dolore non passa e alla sera chiama il 118, che lo porta al PS di Pavullo. Qui il dottore conferma la diagnosi di “dolore lombare” e lo tratta con analgesici dimettendolo alle 22.30 senza nemmeno un’ecografia».
Tornato a casa, Giuseppe continua a stare male, nonostante le punture. «Il 20 lo invito a cena a casa mia, perché voglio vedere se esagera – continua Germano – ma la sofferenza è evidente. Lo porto io stesso dalla guardia medica, che gli fa solo un’altra puntura».
La notte tra 21 e il 22 la situazione precipita: in preda a dolori lancinanti, Giuseppe arriva a fare trenta chiamate a guardia medica e 118, ma solo alle 4.50 arriva un’ambulanza per portarlo di nuovo a Pavullo. E qui stavolta trova un altro dottore al Pronto Soccorso che gli fa subito un’ecografia e scopre tutto: «Gli diagnostica un aneurisma dell’aorta addominale della bellezza di 8 centimetri – sottolinea Germano – viene quindi portato a Baggiovara in ambulanza, dove arriva alle 7.20 in prognosi riservata. Un chirurgo mi dice che bisogna operare con urgenza, perché l’arteria si è ingrossata quattro volte il normale. Ma visto che non vi sono sale disponibili, va dentro solo verso le 11.30 e in fase preparatoria i medici assistono all’improvvisa rottura dell’aorta, con arresto cardiaco».
Nonostante questo, Giuseppe sopravvive all’operazione, poi però verso le 15 l’aorta si rompe una seconda volta e verso le 17, durante la seconda operazione, muore.
«Come possono dirmi che non è colpa di nessuno? - tuona Germano - Se gli avessero fatto l’ecografia il lunedì a Pavullo avrebbero capito subito che era un aneurisma. Ma una cosa di 8 centimetri forse sarebbe stata riconosciuta anche solo con una visita approfondita. E sarebbe stato senz’altro meglio operarlo subito a Baggiovara, prima che si rompesse l’aorta. Io non voglio risarcimenti, non sono neanche erede di mio fratello. Ma giustizia sì, e se decideranno per l’archiviazione, valuterò con il mio legale ogni strada per oppormi».
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