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Modena, quando la vita rinasce grazie al football americano

di Stefano Totaro
Modena, quando la vita rinasce grazie al football americano

A Saliceta si allenano i profughi adottati dai Vipers team modenese di football americano. Il racconto di Ken e dei suoi 15 compagni: «Siamo una famiglia» Dalla Nigeria, Ghana e Gambia, sbarcati coi gommoni, fuggiti alla morte, ora dividono le loro speranze e le loro energie tra Mantova e Modena, arrivano in pullman per fare gli allenamenti a Modena, stanno imparando, ci danno l'anima dicono i coach.

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MODENA. Ken si infila la maglia che entra a fatica sulle spalle diventate enormi, la trascina in basso sino a scolpire con il suo blu tutta la sua armatura: è possente, il suo tronco si erge nello spogliatoio come una V, come se fosse lui stesso il simbolo della sua nuova famiglia, quella dei Vipers.

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Mentre abbraccia il casco e si infila la tuta nelle gambe perché fuori fa un freddo cane, guarda la lavagnetta sdraiata sul tavolino in mezzo allo spogliatoio. Il coach segna e disegna con il pennarello, ci sono punti, frecce, percorsi, tracce, segni: è quella la mappa dei suoi sogni, è quella che ha seguito sfidando più di una volta la morte, fuggendo dall'odio, dalle violenze, subendo angherie, maltrattamenti, vedendo sempre la parola fine vicina e senza sapere se ci fosse probabilità di una replica, di un'altra possibilità.

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Una mappa che però era scritta nel cuore e che lo ha portato al tesoro, il sogno chiamato nuova vita e che adesso, solo ora, ha la forma di un pallone ovale. Ken saltella per il freddo, varca la recinzione del grande campo da calcio e la luce si accende per lui e per le altre decine di ragazzi che iniziano a creare, come marionette imbottite, le geometrie del football americano sul campo della polisportiva Saliceta San Giuliano.

Basta questa panoramica per capire che in questa storia, come nelle storie vere di solidarietà, ci sono ingredienti le cui parole che li indicano e descrivono diventano simboli. C'è l'Africa, c'è la grande migrazione, ci sono i morti in mare, gli sbarchi, c'è l'Italia che tende la mano, ci sono i percorsi che vengono decisi, le polemiche, le proteste, la burocrazia, ci sono i modenesi, ci sono i mantovani, c'è lo sport e c'è l'America.

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Ken che ha 22 anni è tutto questo ma ora è sotto ad una corazza e ha una nuova bandiera sul petto, quella dei Vipers: è pronto ad una nuova battaglia, è pronto a combattere e a non farsi sopraffare, perché il football non sarà uno sport violento ma è fatto per i duri. E non è solo, con lui ci sono altri quindici amici, compagni del grande viaggio e arrivati da strade diverse alla stessa meta e ora catapultati, con tutto il cuore e la passione possibili, sul rettangolo verde, quindici profughi africani che divideranno le gioie e i dolori del campionato di serie B italiano dei Vipers di Modena.

Se nel calcio l'arrivo di uno straniero è fatto di trattative ad oltranza, di viaggi, di promesse e di grandi assegni, qui il blocco africano arrivato tutto in un colpo, con una stretta di mano e uno sguardo negli occhi tra l'anima dei Mustangs di Mantova Antonio Battista e il presidente dei Vipers Pietro Montaruli.

Si sono incontrati perché quella domenica Battista era andato da una parente, aveva incontrato e chiesto ad un amico giocatore modenese, che si era infortunato come lui in un’amichevole, se ci fosse qualche incontro da vedere, giusto per evadere un attimo, e il destino vuole che ci siano i Vipers impegnati in uno dei tanti incontri benefici, organizzati appunto per far conoscere il football e trovare nuovi adepti. Il disegno del destino traccia i perimetri: il presidente mantovano incontra il presidente modenese e gli racconta di aver visto quei ragazzi africani giocare scalzi a pallone in un parco della città, di averli avvicinati, di averli schierati facilitato dai tanti nomi in lingua inglese dello sport americano e sono nati i primi cinque, prima di numero, poi dati con le mani, e poi contagiosamente quadruplicati, venti, trenta ragazzi a scontrarsi dietro al pallone ovale.

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Era nata una squadra, era nato un progetto. E il progetto è stato condiviso senza un indugio e senza ripensamenti: la famiglia dei Vipers, lo storico club modenese nato una trentina d'anni fa, dimenticato e poi tornato a nascere da qualche anno, è diventata la famiglia dei nuovi atleti africani. Dalla Nigeria, Ghana e Gambia, sbarcati coi gommoni, fuggiti alla morte, ora dividono le loro speranze e le loro energie tra Mantova e Modena, arrivano in pullman per fare gli allenamenti a Modena, stanno imparando, ci danno l'anima dicono i coach, strateghi uno per ogni ruolo, tra squadra d'attacco e di difesa, dispensari di tante altre alchimie tipiche di questo gioco che nonostante la verginità sportiva dei nuovi adepti già vedono buone, ottime chances per questi ragazzi. Il più piccolo corre come il vento, il più grosso è meno grosso del modenese ma, dice, lo raggiungerà presto.

“Questa è una famiglia”, è una frase che è ricorrente, tra i giocatori modenesi, tra lo staff e anche tra i nuovi arrivati, alcuni dei quali hanno già debuttato in una gara tenutasi qualche giorno fa a Bologna. Il quarterback Umberto Barile non ha dubbi: «Anche io iniziai questo sport tre anni fa partendo da zero. Ho visto nei loro occhi, nell'atteggiamento, nella spinta e nella grinta, la stessa voglia di imparare che avevo io, e per questo siamo già tutti uniti. Noi aiutiamo loro e loro ci caricano ancora di più? La lingua, l'inglese? Lo sport è la nostra lingua ed è davvero universale».

 

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