«Carpi non deve dimenticare l’inferno dei cristiani a Erbil»
Grande attenzione alla situazione di grave difficoltà in cui versano i cristiani in Iraq è stata prestata ieri mattina nella celebrazione di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti. Dopo la...
Grande attenzione alla situazione di grave difficoltà in cui versano i cristiani in Iraq è stata prestata ieri mattina nella celebrazione di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti. Dopo la messa celebrata dal vescovo Francesco Cavina nella chiesa di Santa Chiara, si è svolto l’incontro in seminario con monsignor Rabban al-Qas,arcivescovo dei Caldei di Zakho e Ahmadiyya in Iraq, il quale ha raccontato la complicata situazione dei cristiani cristiani profughi nel Kurdistan iracheno dopo l’avanzata dell’Isis. Una terra, questa, dove le chiese sono destinate a diventare dei monumenti, perché non sono circondate da una comunità che le vive. Una terra, ancora, in cui i cristiani hanno molta paura.
Durante l’incontro il vescovo Cavina ha posto l’attenzione in modo particolare sulla lettera ricevuta dal sacerdote iracheno Jalal Yako, missionario responsabile del campo profughi di Erbil. Yako si sofferma sull’inferno di Qaraqosh, città irachena in cui non è rimasto molto di quelli che erano i punti di riferimento per i cristiani. «Oggi Qaraqosh è una città fantasma, è un cumulo di macerie e di odore di bruciato, con case, negozi e chiese devastate: ogni simbolo religioso è stato fatto a pezzi, ogni statua decapitata - si legge nella missiva - Montagne di libri sono stati bruciate, i campanili abbattuti, le croci fatti cadere, tutte le case sono state saccheggiate, molte bruciate, altre distrutte. I servizi di base mancano ancora come elettricità, acqua, sicurezza , la liberazione dei nostri villaggi è stata un motivo di grande gioia, la speranza di poter rivedere la propria casa, ma purtoppo è durato pochissimo dopo aver visto in quale condizione si trovano le loro case».
Sono trascorsi oltre tre mesi e mezzo dalla liberazione della città, ma la speranza di ritornare alle proprie case da parte dei cristiani si sta affievolendo sempre più mentre, al contrario, la disperazione sta aumentando vertiginosamente.
«Il mio appello, è far muovere le acque - conclude il sacerdote Jalal Yako - Più il tempo passa peggio è, bisogna intervenire subito. In nome di Dio non abbandonateci al nostro destino». (s.a.)
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