Modena. Tino, da 60 anni un “cacciatore” di antiche carte
«Iniziai da bimbo con barroccino e sidecar. Panini, Mattioli, Guerzoni... pratici e vivaci»
MODENA.Circondato da carta che perlopiù profuma di antico, consuma le sue giornate nell'assenza. «Se non esiste la libertà dal bisogno come si fa ad essere liberi? Passano ore prima che entri qualcuno. Oggi si spende poco. E solo per i beni primari». E i libri, aimè, non rientrano nella categoria (ma ne siamo davvero sicuri?). Nato nel 1931, «a dieci metri da qui», il commendatore Costante Mezzacqui, per tutti Tino, è pure ragioniere. «Ma giusto perché qualcosa dovevo pur studiare. Per un lustro sono stato costretto ad assimilare nozioni a mio avviso poco interessanti che però, con il senno di poi, si sono rivelate utili». Già da bambino il futuro ragioniere Mezzacqui sapeva di essere un libraio fatto e finito. «Mio padre si merita un monumento. Mi ha educato al lavoro fisico. Nel ‘40, forse ‘41… sì, un anno dopo morì mia madre… ho iniziato la gavetta. Avevo compiuto da poco dieci anni. Ai tempi delle scuole medie giravo con il sidecar pieno di libri per la scuola, articoli che allora la libreria trattava. Ma solo se andava bene, altrimenti ero solito accontentarmi del barroccino, il carretto a mano che costava molto meno del sidecar. Entrambi infatti bisognava affittarli. Se però nei giorni fortunati vantavo una lunga coda di amici, quando mi toccava spingere la carriola alcuni di loro facevano finta di non sapere neppure chi fossi. Ed io un po' mi vergognavo».
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Odore di pagine troppo sfogliate, sussurri di parole dimenticate o lette per l'ultima volta qualche decade fa. A naso, in via dei Servi 45/47, di intonso non sembra esserci alcunché. Tranne il ricordo. Un ricordo che, nel momento in cui libera gli amici dal cassetto della memoria, irrompe schietto e divertito in un presente declinato senza fretta, quasi distonico rispetto al nostro incedere quotidiano perlopiù isterico. «Armando Mattioli, avvocato i cui processi hanno fatto storia, Piero Guerzoni che è stato anche vicesindaco. Per me grandi amici. E i fratelli Panini. Siamo stati legati tutta la vita. Bravissimi ragazzi, svelti di testa e molto vivaci. Tanto che mia madre era scettica sul fatto che li frequentassi, li aveva catalogati alla voce monelli. Io che già allora ritenevo sciocco appiccicare addosso alle persone un'etichetta, della famiglia Panini ho sempre apprezzato lo spirito pratico e risolutivo. Dovevano comprare un trattore per Umberto che aveva iniziato una nuova attività? Bene, i fratelli si riunivano e in dieci minuti prendevano una decisione. Oggi bisogna convocare il consiglio di amministrazione e via dicendo. Tempo buttato». Ma ecco che la secca chiosa del nostro ospite, con una repentina inversione a u, diventa commossa nota di rimpianto. Succede quando sulla vetta del pensiero si posa la moglie Francesca, alias Franca, scomparsa nel 2009. «La incontrai a Milano, città cui devo la mia formazione. Franca era nata a Porta Romana e suo padre, che però non ho avuto modo di conoscere, era direttore dell'azienda tranviaria. I primi anni a Modena per lei sono stati tutto fuorché semplici. Questione di modo di essere. Capitava spesso che alcuni clienti, anche se con buone possibilità economiche, contrattassero sul prezzo di una stampa da cento lire. E quando chiedevo conto a mia moglie del perché si rifugiasse nel retrobottega, lei con il suo sguardo limpido mi rispondeva: ho vergogna per loro».
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Meneghino d'adozione è anche il nipote di Tino. «È architetto. Contavo su di lui, speravo fosse interessato a prendere in mano la libreria ma la sua inclinazione al momento è un'altra. Anche se non si può mai dire… Comunque è giusto così, è un ragazzo volenteroso e la gavetta non lo spaventa. Anche Ilaria, mia figlia, ha passato tra i libri diverso tempo. Chi si prenderà cura di tutto questo? Mah…». Tutto questo è una tradizione familiare che affonda le radici nel lontano 1880. «Mio nonno, che di cognome faceva Venturi, era un rilegatore con la passione per i tomi antichi. Stava in via Emilia angolo Canalgrande. Quando mio padre sposò la sua figliola, cioè mia madre che allora era maestra, decise di condividere tale passione. Chiese al suocero alcuni libri e poco prima che nascessi io allestì un banchetto sotto al portico in Canalchiaro. Nel 1934 si spostò qui accanto… sì, ora vendono abiti vintage. E un paio di anni più tardi prese i locali dove ancora ci troviamo».
Tino Mezzacqui a Modena è un'istituzione. Guardandolo oggi, così tono su tono con le sue stampe, pare impossibile immaginarlo altrove. Ma il commendatore di chilometri ne ha macinati parecchi. «Ho iniziato dalla Francia che, lo confesso, conserva un posto speciale nel mio cuore. Poi per tanti anni sono andato in Inghilterra, un paese che è sempre stato altro dall'Europa. La prima volta fu nel 1953, ero poco più che ventenne e a Londra imperversava ancora lo smog. Ho sempre ammirato la classe dirigente inglese, davvero valida. Soprattutto perché, nonostante l'innegabile distanza, ha saputo coltivare gli interessi di un popolo che definirei piratesco. Noi allora eravamo reduci da una guerra che nulla ci aveva lasciato in tasca. È la fame che ti fa lavorare. Ma anche un po' sognare. Guardavamo le donne statunitensi con i loro grandi frigoriferi e…beh, nella nostra testa avevamo creato un mito. Il sogno americano».
E NEL 1992 L'AFFARE DELLA VITA
Commendatore Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Istituito con la legge 3 marzo 1951 è il primo fra gli Ordini nazionali. Si propone di “ricompensare benemerenze acquisite verso la Nazione nel campo delle lettere, delle arti, della economia e nel disimpegno di pubbliche cariche e di attività svolte a fini sociali, filantropici ed umanitari, nonché per lunghi e segnalati servizi nelle carriere civili e militari”. È il 2 giugno 1992 quando, per volontà della presidenza dei ministri, il ragioniere Tino Mezzacqui diventa commendatore. Onorificenza che il libraio tiene appesa al muro lontano dagli occhi dei clienti. Non sembra infatti compiacersene più di quel tanto. Anzi. Ne parla come se fosse un dettaglio trascurabile, un modesto puntino su quella singola i che fa capolino dalla sua vita. Una vita lunga e intensa. «Andò così - racconta Mezzacqui - Fui contattato da un collega nonché direttore di museo. Mi disse che qualcuno gli aveva sussurrato all'orecchio che Sotheby's, una delle più importanti case d'aste del Regno Unito, intendeva mettere all'asta alcuni documenti italiani oltremodo preziosi e degni di nota per il nostro paese. A quel punto partimmo per Roma. Qui fui incaricato dal Governo di acquistare il materiale in questione, ossia undici codici di argomento soprattutto teologico che riuscii a comprare ad un prezzo oltremodo accettabile. Si trattava, tra l'altro, di commenti di Sant'Agostino e San Tommaso relativi anche al nostro territorio, alla quotidianità locale. Ecco perché mi hanno voluto commendatore».
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