Carlo Barbieri, Il dottore dell’arte di Modena Una vita a curare grandi capolavori
Un viaggiatore nel tempo dell’arte è Carlo Barbieri, con tante tappe in cattedrali, chiese, palazzi storici, ville di diverse località d'Italia, per “curare” tele dipinte, pitture parietali e anche sculture di maestri del passato. Il lavoro di restauratore gli consente di riappropriarsi dell'identità, della bellezza di capolavori che negli anni, nei secoli hanno subito danni anche irreparabili. Un recupero di meraviglie da far rivivere anche agli altri.
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MODENA. Un viaggiatore nel tempo dell’arte è Carlo Barbieri, con tante tappe in cattedrali, chiese, palazzi storici, ville di diverse località d'Italia, per “curare” tele dipinte, pitture parietali e anche sculture di maestri del passato. Il lavoro di restauratore gli consente di riappropriarsi dell'identità, della bellezza di capolavori che negli anni, nei secoli hanno subito danni anche irreparabili. Un recupero di meraviglie da far rivivere anche agli altri. Uno stupore che si prova davanti a centinaia di quadri, di pareti affrescate che Barbieri ha portato, in oltre mezzo secolo di attività, ad acquistare il fascino originario.
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«Ho lavorato per otto anni a Milano come dipendente del laboratorio di Ottemi Della Rotta, originario di Concordia, da cui ho appreso, negli anni Sessanta, i segreti di fare restauro. Già allora mi sono confrontato con opere della Pinacoteca Ambrosiana e di Brera, del Museo Poldi Pezzoli. Sono intervenuto nella Sala delle Asse del Castello Sforzesco, su dipinti di Bernardino Luini e Cesare Da Sesto, di scuola leonardesca».
E con il ritorno a Modena ha preferito mettersi in proprio?
«Ho creato, nel 1971, un Centro di Restauro e, con una équipe di collaboratori, sono intervenuto nel Duomo: la Cappella Bellincini (XV sec.) di Cristoforo da Lendinara, l'affrescata sagrestia del primi del '500, pale d'altare come l'Annunciazione della Vergine di Francesco Vellani. Ho restaurato nel Teatro Comunale il soffitto e il sipario del Malatesta, nel Palazzo Comunale la Sala del Fuoco di Nicolò dell'Abate, per la Pinacoteca Estense il dipinto ad olio “Marte Amore e Venere” del Guercino. Un lavoro importante anche per il Palazzo Ducale di Sassuolo, in dieci sale affrescate da Boulanger, Mitelli e Colonna, nella Galleria di Bacco e nel Cortile d'Onore. E poi a Carpi nel Duomo e nella chiesa della Sagra. E fuori casa: il Santuario della Ghiara di Reggio Emilia con gli affreschi di Tiarini, Spada, Gavasseti e Luca Ferrari, a Piacenza nella Basilica di S. Francesco, nel Cremonese e nel Mantovano, fino ad Orvieto e a Napoli nel Chiostro del Platano».
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Restano memorabili i suoi restauri per il Duomo di Parma...
«Vi ho lavorato 25 anni, dai due transetti, anche con la storia di Mosé, di Orazio Sammachini, alla cupola che accoglie l'Assunzione della Vergine del Correggio. Per incarico di Mons. Grisendi, vicario generale della curia, mi sono avvalso dell'aiuto di sette restauratori. Un intervento da eseguire in poco tempo, perché era stata programmata, il 20 settembre 2008, la mostra del Correggio. Ci furono anche incomprensioni perché alla cappella era stata messa mano 30 anni prima. Parma è stata per lungo tempo il mio regno, in quanto alla mia attenzione sono stati sottoposti il Palazzo Sanvitale, la chiesa delle Cappuccine, di Santa Maria delle Grazie. Da aggiungere, nel parmense, la Badia di Torreccchiara, la Rocca di Fontanellato e quella di San Secondo».
Quale lo stato d'animo di chi affronta un'opera sublime, come quella del Correggio?
«Si ha una responsabilità immensa, perché non si possono commettere errori anche minimi. Si avvertono momenti di entusiasmi e di smarrimento, come diceva Colalucci nel restaurare la Cappella Sistina. L'opera va vissuta intimamente, stabilendo una vicinanza quasi fisica con le straordinarie immagini sotto la volta che sembrano chiedere un colloquio da anima ad anima e permettono di accostarsi a Dio, di toccare il paradiso con un dito. E dispiace alla fine, anche se l'opera restaurata reca felicità, interrompere il rapporto con quelle creature, diventate imperitura presenza affettiva».
C'è maggiore soddisfazione nel restaurare un quadro o un affresco?
«Certamente una pittura su parete che non ammette momenti di titubanza. È un lavoro continuativo, che inizia e deve essere portato a termine. Un dialogo continuo. Si deve operare, con dedizione e impegno, tutti i giorni».
Quali, artisticamente, i vanti di Modena, oltre il Duomo?
«Le chiese di S. Pietro, S. Agostino, del Voto, S. Biagio, S. Giovanni... che custodiscono tesori d'arte, comprese le sculture di Begarelli e Mazzoni, della cui importanza non ci si rende conto nella giusta misura».
Si è registrato di recente in tutta Italia un vero boom di visitatori di Musei, ma la Galleria Estense di Modena è sotto tono...
«A mio avviso, è solo un problema di pubblicità adeguata, e pure di giuste iniziative, per far conoscere le nostre bellezze. C'è stato un periodo in cui si era addirittura pensato di togliere la Soprintendenza a Modena».
Lei è anche pittore. Come nasce l'artista? Se il restauratore ha a che fare con l'arte antica, l'artista guarda ai linguaggi contemporanei. È notevole la distanza tra i due percorsi?
«Si può amare tutta l'arte, senza differenza tra antica e del nostro tempo. Quando, da giovane, ero a Milano visitavo tutti i giorni musei e gallerie. Nel 1962 ho conosciuto alla Biennale di Venezia i lavori di Gorky che ha saputo fondere la poetica surrealista e la pittura informale. A questo armeno, naturalizzato americano, mi sento vicino».
Nel suo laboratorio di restauro hanno realizzato opere, per mostre alla Galleria Mazzoli, grandi artisti: Basquiat, Schifano, i transanguardisti Paladino, Cucchi, Chia. Cosa ha da raccontare?
«Alcuni hanno lasciato segni persino sui muri. Schifano era una persona molto gentile. Basquiat un ragazzo estroverso, dipingeva con disinvoltura, ascoltando la musica ad alto volume, talvolta ballando e canticchiando. Nel mio laboratorio ha creato, nel 1982, “Il diavolo nero”, un autoritratto grottesco, che la Christie's di New York ha venduto, lo scorso anno, all'asta per oltre 57 milioni di dollari. Più formale il rapporto con i transavanguardisti. E Bonito Oliva veniva a vedere i loro lavori. Invece più amicizia con Vittorio Sgarbi che arriva, anche all'improvviso, per curiosare ed ammirare dipinti di artisti storici».
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