«Maresciallo, sospensione giusta»
Imputato per corruzione, accusa che lede il prestigio dei carabinieri
Niente da fare per il maresciallo dei carabinieri che un tempo assisteva il pm Giuseppe Tibis e che ora è imputato per corruzione nell’ambito dell’inchiesta “Operazione Intoccabili” sui traffici sassolesi di Rocco Ambrisi e Adamo Bonini. Il Tar di Bologna ha stabilito che la decisione di sospenderlo dal servizio in via cautelare deciso dal Ministero della Difesa è corretta secondo i criteri fissati dalla legge. I giudici amministrativi respingono insomma la sua richiesta non solo di essere richiamato in servizio ma anche di venir spostato in altra sede. Il maresciallo è ancora indagato, ma da subito intorno alla sua figura è nata una battaglia giudiziaria. Bisogna considerare che si tratta di un carabiniere che nei suoi 33 anni di servizio ha svolto importanti indagini con risultati indiscutibili. Tuttavia, il suo coinvolgimento nell’indagine che ha portato a indagarlo per corruzione ha spinto da subito il gip a emettere un’ordinaza di custodia cautelare del divieto di dimora a Modena e a Reggio, seguita da un decreto di sospensione precauzionale dal servizio tra i carabinieri di Modena. Un braccio di ferro tra Tribunale della Libertà e gip si è concluso con una misura più blanda come l’obbligo di firma e quel punto il maresciallo ha chiesto di revocare la sospensione dal servizio. Ma in agosto sia il Comando di Legione Emilia-Romagna che il Ministero hanno invece confermato la decisione: doveva stare lontano da ogni attività per “incompatibilità ambientale”.
Il carabiniere indagato a questo punto è ricorso al Tar lamentandosi tra l’altro della disparità di trattamento dall’altro carabiniere imputato nella stessa indagine, reintegrato e assegnato a Bologna: secondo lui si tratta di un’ingiustizia.
Non solo. Al Tar ha ricordato di aver chiesto fin da subito di essere trasferito in un’altra sede pur di lavorare ma non gli era stata data risposta. Insomma, tutto poteva far pensare che, anche se l’indagine che lo vedeva pesantemente accusato era aperta, il militare aveva tutti i requisiti per continuare la sua attività.
Invece il Tar rilegge la legge 66 del 2010 che regola questi aspetti e conclude che è stata applicata correttamente. E poi, sottolineano i giudici, c’è in ballo anche la richiesta di rinvio a giudizio: se dalla grave imputazione dovesse finire con una condanna, perderebbe il grado... In questi casi - spiegano i giudici - non è necessaria una diffusa motivazione sulle ragioni che rendono opportuna la sospensione. Si tratta di reati contro la pubblica amministrazione legati alla sua attività e questo basta.
Non basta neanche spostarlo in altra sede per rimetterlo in servizio contro un provvedimento che di solito si adotta quando si verifica una incompatibilità ambientale che può nascere anche da fatti per i quali il militare non deve necessariamente rispondere per via disciplinare.
Secondo i giudici del Tar, essere processati per un reato alla pubblica amministrazione grave come la corruzione mina alla radice la fiducia che si aveva nel dipendente e crea una “lesione di prestigio” nell’istituzione se questi dovesse continuare a lavorare senza che sia stata giudicata la sua estraneità o il suo coinvolgimento nei fatti. Non c’è stata neanche disparità di trattamento con il collega, secondo i giudici, perché l’altro carabiniere è imputato per altri reati e solo per tentativo. Per tutte queste ragioni il Tar ha respinto le richieste del militare.
Carlo Gregori
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