Il titolare: «Dramma senza scelta per me»
«Minacciato, ma ho fatto di tutto per salvare l’azienda e aiutare chi voleva a trovare un altro lavoro»
CAMPOSANTO. «Per un imprenditore chiudere l’azienda è come troncare con un figlio. Ci abbiamo messo l’anima, abbiamo provato fino all’ultimo, abbiamo dato ai lavoratori tutte le garanzie possibili, ma dopo averci rimesso il capitale, dopo le minacce, non c’era più nulla da fare...».
Mario, il titolare della fabbrica di Camposanto, chiede di non mettere neppure il suo conome: «Sono preoccupato, da non dormire alla notte per questa situazione, ci sono state delle minacce, il mio nome sul giornale no, per cortesia».
La storia che racconta l’imprenditore sassolese sbarcato nella Bassa anni fa è opposta a quella che si raccoglie davanti ai cancelli delle fabbriche.
«È vero, all’inizio lavoravamo con personale fornito da una cooperativa, ma la situazione presentava troppe anomalie. Decidemmo di assumere direttamente quei lavoratori, li abbiamo asusnti e regolarizzati. pensavamo di assumere il controllo, di motivarli. Non è andata così, purtroppo. abbiamo registrato furti, danneggiamenti e altri episodi sui quali sono state presentate tutte le denunce del caso, le indagini sono ancora in corso. Purtroppo consegnavamo i lavori in ritardo, e c’erano anche delle contestazioni sulla qualità. Sono iniziate le perdite».
Mario smentisce anche che la mail di gennaio fosse un licenziamento: «A dicembre ho incontrato il commercialista. Mi ha dato due opzioni: o ricapitalizzare l’azienda, o cessarla. Ho 66 anni, voglio andare in pensione, ci ho rimesso il capitale e non sono più disposto a sopportare minacce, pressioni, offese. Così ho preso la decisione di liquidare l’azienda. Fine. Quella mail di gennaio era la comunicazione dell’avvio delle pratiche di liquidazione, non era in sè un licenziamento. Ma nel frattempo io ho pagato e pagherò tutti gli stipendi, per i 45 giorni che la procedura prevede. Non sono, mi sono prodigato a cercare un lavoroai dipendenti della Adm. Erano 45, e in 26 hanno trovato un’alternativa. Restano solo quei 19, che non mi pare abbiano altra intenzione se non quella di protestare, di contestare, di pretendere».
Negata anche l’assenza di relazioni sindacali: «Anche oggi - ha detto ieri - ero ad una trattativa nella sede dei Si Cobas, io per provare a salvare quella fabbrica, dove i macchinari sono ancora là in attesa della liquidazione, ha dato quel che potevo, ci ho rimesso e basta».
E aggiunge: «Nell’azienda di Casalgrande non sono amministratore, non ho poteri, non c’entra niente con la Adm. Una azione, questa, che danneggia inutilmente altri imprenditori estranei a questa dolorosa vicenda».
Alberto Setti
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