Gazzetta di Modena

Modena

Carpi, morì dopo tre visite: maxi-risarcimento

di Carlo Gregori
Carpi, morì dopo tre visite: maxi-risarcimento

32enne stroncata per diagnosi inadeguate al pronto soccorso e dal dottore. Ai familiari vanno 1 milione 200mila euro

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CARPI - È di 1 milione e 115mila euro la somma - da rivalutare in base agli indici Istat dal 2008 ad oggi - fissata dal giudice del Tribunale civile per risarcire una famiglia che ha subito la perdita della congiunta di 32 anni per gravi colpe professionali di un medico del pronto soccorso e del medico di famiglia. La somma sarà da liquidare in solido tra l’Ausl di Modena e i due medici. La causa civile, risalente al 2011, riguarda i fatti accaduti nove anni fa ed è stata promossa da padre, madre, sorella e nonna della deceduta.

Una sera d’estate Anna (nome di fantasia) è rincasa tardi dopo un lungo giro in bicicletta iniziato nel pomeriggio e dopo la cena col fidanzato. Non sta bene. Sveglia i genitori e ripete di sentire male al petto e di far fatica a respirare. I genitori la portano all’ospedale Ramazzini. Entra come codice giallo, le fanno un tracciato Ec Grafico, rilevano la pressione, le fanno un prelievo di sangue e una dottoressa al visita. Dopo un’ora il medico spiega al padre che gli esiti sono tutti negativi: la giovane può scegliere se tornare a casa o attendere fino alle 8 di mattina. Alle 3 di notte viene rilasciata dall’ospedale con prescrizione di riposo, antinfiammatori e «ulteriori indagini dal curante». Ma la mattina dopo Anna continua a star male, chiama dal medico curante che al telefono le ipotizza un’esofagite, le dà delle pastiglie. Ma il dolore è opprimente e ore dopo va all’ambulatorio ma il suo medico non rileva anomalie al cuore e prescrive anitifiammatori. Anna esce dallo studio, va verso la farmacia ma viene stroncata da infarto, cade a terra e muore. Come si chiarirà in seguito, sia la dottoressa del pronto soccorso sia il suo medico hanno omesso di diagnosticare la causa del decesso: la dissezione dell’aorta. Proprio in seguito alla successione di questi fatti i familiari hanno avviato una casa civile chiedendo una lunga serie di risarcimenti sia all’Ausl, che ai due medici e anche alla assicurazione ospedaliera dell’epoca.

Anche se nel diritto civile la prova della responsabilità “per inesatto adempimento della prestazione sanitaria” è tutta a carico del danneggiato, le consulenze tecniche comprovano la responsabilità professionale della dottoressa del pronto soccorso del Ramazzini e anche medico curante Secondo questa consulenza, i medici del Ramazzini «non hanno posto in essere alcun altra indagine per dimostrare la reale origine di quel dolore toracico» e hanno rimesso alla paziente la scelta «se andarsene di notte o aspettare fino alle otto del mattino». Il medico curante, invece, si è trovato la paziente con un dolore persistente al torace e non le ha consigliato di tornare al pronto soccorso, tantomeno ha sollecitato l’ospedale a svolgere rapidamente altre indagini diagnostiche».

Conclude il consulente del pm: «Si possono ipotizzare profili di colpa in capo ai sanitari che si sono succeduti in rapporto causale con il decesso della medesima». La consulenza tecnica d’ufficio arriva a conclusioni simili. Si legge: «Risulta censurabile il comportamento adottato dai sanitari del pronto soccorso dell’ospedale di Carpi che non solo non eseguirono gli accertamenti che il caso in questione imponeva per uno studio di altre patologie gravi afferenti il distretto cardio-vascolare e respiratorio». Il consulente ha poi riscontrato una carenza di dati «per una corretta diagnosi». Quanto al medico di base, ritiene che «risulta censurabile il suo comportamento, qualora questi si sia “fidato” delle indagini eseguite in pronto soccorso senza esaminarle direttamente e non abbia interrogato di persona Anna, si sia limitato, di fronte a un persistente dolore toracico, a prescrivere una terapia farmacologica senza visitarla». Per questi motivi, il giudice - basandosi sul criterio giudirico della “preponderanza” e considerando la condotta negligente dei sanitari - conclude che si sarebbe potuti arrivare a una corretta diagnosi della patologia. In questo modo sarebbero aumentate le chance di sopravvivenza della paziente. L’intervento chirurgico avrebbe evitato la morte di Anna. Secondo il consulente, infatti, se la diagnosi fosse stata eseguita correttamente «vi sarebbero state per Anna il 75-80% di probabilità di sopravvivere a un intervento chirurgico». E siccome sussiste la responsabilità dell’Ausl di Modena per la condotta negligente del medico del pronto soccorso, anche l’azienda sanitaria è condannata a risarcire.

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