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Io e la dislessia: «Nessuna mi capiva, ora vorrei lavorare per aiutare i ragazzi»

Io e la dislessia: «Nessuna mi capiva, ora vorrei lavorare per aiutare i ragazzi»

La storia di Vittorio Melotti: «Nessuno mi ha aiutato a scuola perchè non c’era ancora cultura. Oggi possiamo fare tanto»

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«Gli anni della scuola elementare sono stati una tragedia: a livello di autostima ne porto tuttora i segni».

A parlare è Vittorio Melotti, modenese, classe 1986. Il trentenne è un appassionato della saga di Star Wars, ha due lauree e un sogno nel cassetto. Inoltre, è disoccupato, nonostante porti avanti diversi progetti con alcune scuole superiori di Modena. Insomma, un profilo molto simile a quello di tanti coetanei. Come tante altre persone, Vittorio è dislessico e disortografico. Cosa significa conviverci ce l'ha raccontato il diretto interessato.

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Tutto inizia... “tanto tempo fa in una galassia lontana lontana”, come si legge nel tuo profilo Facebook?

«Più o meno - racconta il ragazzo - perché di anni da quando hanno constatato le mie disabilità ne sono passati parecchi, venti per la precisione. Frequentavo le scuole elementari, avevo 10 anni e tutti i giorni arrivavo a casa con una nota sul diario: un vero strazio. Le insegnanti, tutte a parte una, dicevano che ero troppo lento. Facevo fatica a leggere e non ricordavo le tabelline. Anche scrivere in corsivo era davvero difficile, ma ero obbligato a farlo, almeno fino alle superiori».

Dopo che ti è stata riconosciuto il disturbo nell'apprendimento cos'è cambiato?

«La diagnosi è arrivata tra il secondo e il terzo anno della scuola primaria, grazie a mia mamma che ha voluto fare chiarezza sulla situazione. In realtà, è cambiato poco o niente a livello educativo».

Per quale motivo?

«Le insegnanti non conoscevano a fondo i disturbi dell'apprendimento e altre non li volevano capire. Mi veniva impedito di usare la calcolatrice durante i compiti in classe e mi facevano leggere ad alta voce. Ero arrivato ad un punto che non volevo più andare a scuola. A causa dell'insegnante di italiano, gli anni più belli, quindi quelli dell'infanzia, per me non erano mai arrivati».

Poi però arrivano le scuole medie, le superiori e infine anche l'università.

«Le prime sono trascorse in modo abbastanza tranquillo. In seguito mi sono iscritto al Fermi nell'indirizzo di Elettronica. Con qualche insegnante ho avuto dei problemi anche in quel caso. Ancora una volta c'era chi pensava che facessi “la vecchia” perché all'orale prendevo dei buoni voti mentre nelle prove scritte ero gravemente insufficiente».

In ultimo arriva il riscatto universitario: non una, ma ben due lauree.

«Mi sono iscritto alla facoltà di Biotecnologie mediche, conseguendo la laurea quinquennale e poi ho dato altri esami per avere l'integrazione con la laurea in Biologia. Quest'ultima mi avrebbe dato la possibilità di insegnare matematica».

Hai mai insegnato?

«Sì, ho fatto diverse esperienze, ma tutte nella terza fascia, cioè supplenze di docenti di sostegno».

Ora di cosa ti occupi?

«È dal 2012 che, come volontario, ricopro la carica di delegato all'Anmic (Associazione nazionale mutilati ed invalidi civili) per i ragazzi con Dsa. Inoltre, sempre da quell'anno organizzo dei convegni a Modena proprio su questo genere di temi. Ho ideato uno sportello scolastico per i Dsa, inizialmente al Fermi, poi anche al Cattaneo-Deledda. La “Strada dei geni” (nome del progetto) ha avuto la durata di un anno. Era all'interno di “Garanzia giovani” ed era nato come supporto alle famiglie e ai docenti. Il risultato è che agli incontri hanno iniziato a partecipare anche gli altri studenti perché i metodi educativi che cerco di insegnare sono validi per tutti».

E per il futuro cosa ti aspetti?

«Vorrei che questo progetto, terminato da poco, potesse diventare un'occupazione fissa. Sarebbe bello poterlo estendere a tutte le scuole».

Martina Stocco

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