L'infanzia del professor Ernesto Caffo: «Non avevo smartphone ma mio papà e Anderlini»
Due buoni maestri nella sua gioventù a Modena: poi Telefono Azzurro «Il segreto è saper ascoltare e cogliere i segnali che l’infanzia ci manda»
Ascolta i bambini. Una scelta professionale. Ma a monte c'è molto di più. Ernesto Caffo ha l'orecchio assoluto per le voci di coloro che spesso vengono liquidati con la solita frase di comodo "capirai quando sarai più grande". E questo esula dalla sua professione. È un fatto molto personale.
Classe 1950, professore ordinario di Neuropsichiatria infantile alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università di Modena e Reggio Emilia (ma è solo la sintesi di un curriculum di nove pagine) il fondatore nonché presidente di Telefono Azzurro è stato bambino a Modena. Città che, nonostante le molte opportunità, ha deciso di non abbandonare. «Sono nato all'ombra della Ghirlandina, ma la mia famiglia non ha origini emiliane. Mio padre era siciliano, mia madre invece veniva dall'Istria e ha vissuto lo sradicamento dalla propria terra con dolorosa dignità. Entrare in un nuovo contesto è sempre difficile. Si discute molto in termini di accoglienza dei migranti, ma il nodo della questione è il dopo, è chiedersi come aiutare le persone a ricostruire una rete di relazioni. Le radici mentali sono ancora più importanti di quelle fisiche. Bisogna tenere presente che l'identità è frutto del confronto con la propria storia».
Ma le radici, a detta dello stesso Caffo, non devono essere un alibi, un ostacolo alla crescita, al cambiamento, alla volontà di comprendere ciò che va oltre i confini conosciuti. «Mia figlia Camilla ha diciannove anni e vive negli Stati Uniti. Questo nonostante condivida con me e mia moglie un profondo senso di appartenenza nei confronti di Modena. Una città che, in quanto famiglia, abbiamo vissuto con intensità in ogni suo aspetto ma che, pur vantando potenzialità enormi, spesso paga pegno ad un'eccessiva lentezza nel promuovere prima, e nell'adeguarsi poi, ad un reale cambiamento. Come però sosteneva Gian Paolo Meucci, magistrato passato alla storia come padre del diritto minorile italiano, i figli non sono nostri, sono della comunità. Lasciarli andare significa aiutarli a crescere. Con Camilla il confronto è costante, ne abbiamo parlato a lungo e siamo arrivati alla conclusione che per il suo futuro studiare all'estero fosse la scelta migliore».
Un padre che ascolta, un padre che, pur rispettando la loro libertà di scelta, non lascia soli i propri figli durante un percorso di crescita sempre e comunque complicato. Il professor Caffo pare un uomo raro, quasi fuori dal tempo. «Oggi ai bambini manca un riferimento solido dal punto di vista affettivo. Genitori e insegnanti sono stati scalzati dallo smartphone. Gli adolescenti - ma anche i bimbi al di sotto dei dieci anni - appaiono molto più informati, e soprattutto in tempi assai più rapidi, rispetto agli adulti che spesso neppure comprendono il modo di agire dei loro stessi figli. Complici i canali mediatici l'accesso alla violenza e alla pornografia è precocissimo e senza filtri. Non bisogna dimenticare che lo sviluppo di un bambino richiede tempo. Ascoltare i nostri ragazzi senza sottovalutare i segnali che ci inviano è fondamentale. Anche perché, seppur sempre connessi, non sono affatto preparati ad affrontare la vita reale».
A questo punto la domanda sorge spontanea. Il piccolo Ernesto come ha vissuto la propria infanzia? Smarrito in mezzo ai "grandi", oppure con qualche certezza in più rispetto ai pargoli annunciati con un tweet, partoriti su Facebook e che si nutrono di like ancor prima che di carezze?
«Tanto da giovanissimo quanto da adolescente ho avuto la fortuna di incontrare alcuni maestri che si sono rivelati di importanza capitale nel mio percorso di crescita. Penso in primis a mio padre, insegnante al liceo scientifico Alessandro Tassoni. Passava molto tempo con noi ragazzi. Questo perché non era interessato soltanto al risultato scolastico quanto piuttosto alla nostra maturazione come persone. Ancora oggi mi capita di incontrare alcuni suoi allievi e ogni volta resto colpito dalla stima e dall'affetto che, dopo tanti anni, continuano a dimostrare nei suoi confronti. Ricordo inoltre con sincero sentimento Franco Anderlini, eccezionale insegnante di ginnastica nonché allenatore sopraffino che fece grande la pallavolo nostrana. Morì troppo presto in un incidente stradale. Per noi giovani rappresentava una guida, un punto di riferimento con cui era sempre possibile avere un confronto. Sembra banale ma, a ben guardare, oggi non è poi così scontato. A volte Anderlini poteva essere duro, ma sempre giusto. Rispondeva alle nostre esigenza in modo concreto e con trasparente onestà. L'infanzia deve essere tutelata anche e soprattutto attraverso l'ascolto. Motivo per cui nel 1987 è nato Telefono Azzurro».
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