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Il vescovo sta con i sindaci della Bassa: «Ghetti no, accoglienza sì»

Il vescovo sta con i sindaci della Bassa: «Ghetti no, accoglienza sì»

Don Erio Castellucci: «Capisco le paure della gente, ma apprezzo il coraggio È meglio inserire i richiedenti asilo nelle famiglie e nella vita della comunità»

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MODENA. È stato tra i primi a superare i timori dei fedeli e da guida autorevole della comunità ha iniziato a guardare al futuro e all’accoglienza dei profughi parlando di “amore” e “misericordia”. Termini che richiamano la fede cristiana e che stavolta il vescovo Erio Castellucci volontariamente omette. L’arrivo dei richiedenti asilo nella Bassa scuote le coscienze e anima il dibattito, ma don Erio indica la strada: umanità e inclusione sono gli obiettivi da perseguire.

Vescovo, alcuni sindaci stanno avendo coraggio nell’accettare di accogliere i richiedenti asilo nella Bassa terremotata a dispetto di tante posizioni critiche.

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«Apprezzo i sindaci coraggiosi ma capisco anche che vi siano molti motivi di paura, alcuni più fondati, altri forse percepiti ma non così reali. La presenza consistente di profughi mette in discussione la nostra identità, ci porta a chiederci chi siamo, forse anche a vedere in faccia e non più solo in tv delle situazioni di bisogno reale, di degrado, addirittura di pericolo di vita. Poi però c’è un pericolo percepito che fatica a trovare sostegno perché quando si parla di invasione bisognerebbe avere presenti i numeri, che al momento ci raccontano come nelle prime settimane del 2017 sia arrivato un quarto dei migranti rispetto allo stesso periodo del 2016».

Come si può integrare senza urtare nessuno ed evitando le paure?

«Non è facile integrare e passare sopra la sensibilità delle persone. Come Chiesa pensiamo che la strada, anche se la più difficile, sia l’integrazione diffusa: trovare famiglie, parrocchie o piccole comunità che accolgano in numero ridotto i profughi.

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È per questo che stiamo battendo questa pista in modo che i nuovi ospiti possano integrarsi, guardandosi in viso con chi li ospita, affinché non facciano più impressione. Solo così si potranno evitare i ghetti e quelle decine e decine di persone che non sanno cosa fare durante il giorno. Coinvolgere i profughi nella vita della comunità e nelle dinamiche familiari è l’unico modo per superare la diffidenza».

La memoria può essere uno strumento.

«Occorre fare appello al sentimento di umanità: il rispetto delle persone deve andare al di là delle apparenze. Usiamo la memoria: anche noi italiani, per decenni, per fuggire dalla dittatura o dalla grande povertà, siamo andati all’estero. Ci siamo integrati, assorbendo la loro cultura e portando la nostra. Perché non dovrebbe succedere a parti inverse?».

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