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Bomporto, licenziata perchè diventa madre

Bomporto, licenziata perchè diventa madre

Il giudice condanna un noto locale: «Discriminata con accuse false»

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BOMPORTO. Era rimasta a casa dal lavoro per maternità. Ma durante la sua assenza i responsabili del noto locale in cui lavorava si riproponevano di fargliela pagare: «La metto a lavare i piatti in cucina, quando torna».

Frasi di questo tenore, quelle pronunciate dalla responsabile del personale del frequentato locale. Frasi che fanno parte del fascicolo e delle testimonianze istruite al processo. La sentenza che dichiara “la natura discriminatoria del licenziamento in ragione delle non gradite assenze per astensione per maternità” è stata pronunciata tre mesi fa, e depositata nei giorni scorsi alla cancelleria del tribunale di Modena. A scriverla il giudice dottoressa Valeria Vaccari, e si riferisce alla causa civile di primo grado che ha visto contrapposte una dipendente mamma di una bambina e la società Alfa Life, referente della gestione del personale nel locale.

I fatti risalgono al 2014, quando in aprile la dipendente presenta ricorso contro il licenziamento che la società le aveva inflitto qualche tempo prima. La ragazza aveva raccontato di essere stata assunta nel 2010 e di avere fruito dal 30 luglio 2012 al 30 dicembre della astensione obbligatoria per la nascita della figlia, oltre ad un paio di mesi di astensione facoltativa. E aveva aggiunto che da quando aveva comunicato di essere rimasta incinta, e poi da quando era rientrata al lavoro, c’erano stati nei suoi confronti “atteggiamentei ostili ed offensivi, posti in essere dall’amministratore” (una donna di Bomporto) e da un suo collaboratore (un uomo). Il 10 agosto 2015 il giudice aveva emesso una prima ordinanza, con la quale veniva dichiarata la nullità del licenziamento “in quanto determinato da ragioni discriminatorie”, con il conseguente riconoscimento alla donna delle tutele previste dalla legge sui lavoratori.

Ma a settembre del 2015 la Alfa Life si è opposta. Ne è nato così il processo, nel corso del quale sono stati sentiti parecchi testimoni. Per il giudice è emerso che non avevano fondamento le accuse rivolte alla dipendente, ovvero di non sorridere mai ai clienti, di avere in una occasione una cliente che era presente (sentita dal giudice, la cliente di Bomporto ha smentito) di essersi assentata un due volte senza giustificazione... Invece era andata all’ospedale.

È emersa insomma la volontà punitiva, stigmatizzata dal giudice nella sentenza. (ase)

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