Parliamoci, l'ombelico del mondo
Sapevano i sindaci della Bassa a cosa andavano incontro, accettando il pressing gentile del prefetto per trovare disponibilità all’ipotesi di accogliere circa 200 profughi divisi...
Sapevano i sindaci della Bassa a cosa andavano incontro, accettando il pressing gentile del prefetto per trovare disponibilità all’ipotesi di accogliere circa 200 profughi divisi in 9 centri della provincia. E non si sono tirati indietro, pur immaginando lo scatenarsi di reazioni contrarie oggi veicolate con immediatezza (che significa anche senza mediazioni, culturali, di alcun genere) dai social network.
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Difficile quantificare le percentuali di consenso o dissenso che queste voci esprimono, ma molto facile comprendere che il clima in cui una decisione simile è stata presa non sia sereno, tutt’altro. Non a caso abbiamo parlato di coraggio e di senso di responsabilità: di fronte a un mare che ci spinge sulla porta di casa una tragedia senza fine e a una marea di preoccupazioni, ansie, timori e anche istinti di autoprotezione che respinge di primo acchito l’ipotesi di condividere per minima parte una sofferenza.
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Perché a monte c’è la percezione di vivere già in prima persona tutti i drammi possibili: dalla ricostruzione post terremoto non ancora perfezionata fino ai furti dei navigatori satellitari sulle auto (che tutti sanno essere preda e oggetto primario del desiderio di ogni profugo, ovvio...); dal lavoro precario come unica prospettiva futura per un figlio alla desolazione per un passeggio serale tra le vie di Mirandola, lungo le quali la presenza di un volto scuro in più contamina la bellezza, moltiplica l’insicurezza e fraziona il senso di appartenenza. La perdita di prospettiva reale è una conseguenza del “glocalismo”.
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Ci sembra di poter essere ovunque, basta un clic sul computer, e quindi ci sentiamo ombelico del mondo: confondendo l’isolato in cui isolati viviamo con i destini dell’universo che sbirciamo dal cellulare o dalla tv via cavo. E invece abbiamo semplicemente ciascuno la nostra parte di destino, che non è mai solo individuale: da costruire, a volte a un prezzo alto o senza comprenderne il vantaggio immediato.
Che è anche e soprattutto la missione di chi governa: dando ascolto a tutti, anche a chi non vuol sentir ragione, ma poi assumendosi l’onere di una scelta in nome del bene comune. Un “comune” dai confini molto più ampi di quello che si amministra: ne facciamo parte tutti, ovunque.
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