Vasco al giudice: «Tradito dal manager»
Il rocker parte civile contro Salvati: «Tutto bene... Ci vediamo a Modena, sarà un record mondiale»
Pollice dritto per dire “ok”, passo spedito e un commento telegrafico per i cronisti prima di salire sul pulmino oscurato: «Tutto é bene quel che finisce bene. Ci vediamo a Modena, sarà record mondiale». Lo ha detto ieri pomeriggio uscendo dal Tribunale di Bologna dopo una testimonianza durata oltre un'ora e mezza nel processo che vede imputato il suo ex manager Stefano Salvati con l’accusa di calunnia. In veste di parte civile, il Kom ha risposto, senza rinunciare a qualche battuta, alle domande del Pm, del suo difensore Guido Magnisi, del difensore di Salvati Raffaele Miraglia e del giudice Valentina Tecilla. «Io avevo nei confronti di Stefano affetto e fiducia e lo consideravo un amico, mi sono sentito tradito nell'amicizia che per me é un valore fondamentale nella vita», ha detto il rocker.
Al centro del processo il documento senza data che Salvati usò per citare in giudizio civile il rocker, chiedendo il pagamento della prima rata di un compenso a suo dire previsto dal patto: si trattava di sei milioni in 30 anni, 200 mila euro annui. Un accordo che Vasco ha sempre rifiutato. Ieri ha riferito che quel documento e un atto analogo datato e da lui firmato (qui ha confermato) gli erano stati presentati da Salvati dopo una chiamata alla sua segretaria Daniela. «Le ho detto di mandarlo su da me - ha raccontato ai giudici - era perplesso per quella carta. Chiedeva se l’avevano firmata tutti. Allora l’ho firmata anche io». Quando il giudice gli ha chiesto se l’avesse letta, ha risposto: «Ahia!». Sulla personalità di Salvati, Vasco ha raccontato che lo stimava molto come videomaker. Nel 2011 è stato male e poi ha avuto una ricaduta, anche il suo manager Ippoliti era provato. Si pensò allora di affidare a Salvati l management, ma si scoprì poi che non andava d’accordo con lo staff e non risolveva i problemi come voleva lui.
«Mi ha deluso molto come amico. Se vincerò questa causa devolverò il risarcimento al Gruppo Abele di don Ciotti».
La vicenda giudiziaria ha origine nell’aprile 2014 Salvati citò in giudizio civile il rocker, chiedendo il pagamento della prima rata di un compenso secondo lui previsto dal patto: in toltale l’ingente somma di sei milioni in 30 anni, 200 mila euro annui. Immediatamente dopo, Vasco Rossi, difeso dall'avvocato Guido Magnisi, querelò Salvati sostenendo che l'accordo sulla privacy non prevedeva compensi accessori allo stipendio stabilito. La Procura fece fare una consulenza tecnica che concluse per la falsità dell'accordo in possesso di Salvati. La controquerela del regista, difeso dall'avvocato Raffaele Miraglia, ê stata archiviata. Il pm Domenico Ambrosino è riuscito a far rinviare a giudizio Salvati, mentre Vasco si è costituito parte civile. Ieri l’accusatore diventato imputato è comparso per la prima vlta davanti al giudice.
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