Gazzetta di Modena

Modena

Mobbing e molestie: industriale a processo

di Carlo Gregori
Mobbing e molestie: industriale a processo

La dipendente racconta ai giudici: «Chiusi una relazione segreta ma intorno a me iniziò un inferno»

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Un industriale del settore tessile-abbigliamento ultrasessantenne della provincia di Modena da ieri è sotto processo per presunti fatti di mobbing commessi contro una sua dipendente e anche per averla sessualmente molestata mentre lavorava. Dato che in Italia non esiste il reato di mobbing, è imputato per molestie e maltrattamenti oltre che per il reato di violenza sessuale.

I fatti sono esplosi nell'estate del 2012. La vittima, una modenese allora 40enne, ha lavorato per 25 anni nell'azienda dell'imputato cominciando da operaia e finendo come responsabile di un intero settore, qualifica che prevedeva responsabilità dirette sui sottoposti. Da quanto ha riferito ai giudici del Terzo Collegio del Tribunale di Modena la ex dipendente (oggi parte civile assistita dall'avvocato Roberto Ghini), tra loro era sorta una relazione consenziente ma per lui del tutto clandestina: la moglie non sapeva niente. La vittima ha raccontato di aver vissuto questo rapporto fatto di incontri sporadici con forte disagio e nel corso di tempo ha maturato la convinzione di non amarlo. Con l'apertura di uno stabilimento all'estero, il titolare l'ha mandata per un anno e mezzo a dirigere la fabbrica senza particolari aumenti di stipendio. Ogni tanto andava a trovarla, ma il rapporto tra loro era incrinato. Tanto che, tornata in ditta, nel corso di una fiera in Spagna, trovandosi da soli, la donna ha ceduto per l'ultima volta spiegandogli in modo chiaro subito dopo il rapporto che tra loro era finita per sempre. L'industriale però ha iniziato a tempestarla di messaggi sms e di chiamate al cellulare, proseguite per oltre un anno senza avere alcun riscontro dalla ex amante sempre più imbarazzata e timorosa su possibili ritorsioni.

All'inizio dell'estate 2012, la moglie del titolare chiama la donna. Le due pare si conoscessero poco. La vittima va all'appuntamento e, messa alle strette, ammette la relazione spiegandole che prova vergogna ed è tutto finito. «Pareva fosse tranquilla quando ci siamo lasciate – ha spiegato – e invece dal giorno dopo è iniziato un periodo difficile».

In aula la dipendente ha riferito cosa significava vivere in un'azienda un tempo amichevole dove aveva fatto carriera sentendosi adesso intimorita: la moglie e la figlia del titolare la minacciavano, la offendevano, la incitavano a licenziarsi, le ripetevano che non poteva stare più lì. Il titolare, pur insistendo a mandarle messaggi espliciti, minimizzava cosa stava accadendo e anzi – ha spiegato la vittima – ha iniziato anche lui ad avere atteggiamenti persecutori. L'ha infatti spostata d'ufficio mettendola in una stanza defilata e ha fatto oscurare i vetri con la vernice per impedire che fosse vista. «Mi sentivo umiliata. Mi chiedevo cosa potessero pensare gli altri. Non sapevo più come affrontare la situazione».

In quell'ufficio, in assenza del padre, la figlia improvvisò una riunione del tutto informale con altri collaboratori e guardandola in faccia le disse: «Se non lasci stare mio padre ti sparo nelle gambe». La moglie del titolare un giorno le rubò il cellulare restituendoglielo poco dopo con una scenata e nuove accuse. Infine, mentre stava sistemando dei prodotti in uno scatolone accanto a una collega, alle sue spalle è arrivato il titolare che le ha palpato il sedere andando via come se niente fosse accaduto. La vittima ha spiegato ai giudici: «In quel momento sono rimasta sotto choc. Tra noi era finito tutto da tempo. Non ho alzato neanche lo sguardo dalla vergogna che provavo, temevo che qualche collega mi avesse visto. Ero terrorizzata, non sapevo cosa fare. L'ho visto poco dopo in ufficio e gli ho chiesto se capiva cosa mi aveva fatto. Ma lui ha minimizzato dicendo che erano stupidaggini».

Nel corso di questi episodi, ha aperto un periodo di malattia: non riusciva più a entrare nella ditta. Ha raccontato di aver subito un tracollo psicologico e di aver vissuto nell'angoscia: prendeva psicofarmaci ed era seguita da una psicologa. Finché, dopo l'episodio del furto del telefono – per il quale la moglie e la figlia sono imputate in un altro processo – ha capito che non c'era più nulla davanti a lei nonostante i suoi 25 anni in quella ditta. «Non sapevo come reagire. Non avevo idea di cosa fare. Alla fine ho pensato di andare dai carabinieri. Davanti alla caserma ho aspettato a lungo meditando. Ero spaventata, pensavo di perdere il lavoro: ho un mutuo da pagare. Poi ho chiamato l'avvocato e abbiamo sporto querela». Dopo alcuni mesi di malattia e ferie, è entrata in cassa integrazione e alla fine è stata licenziata prima che la ditta fallisse a causa della crisi. Durante questo drammatico racconto, rispondendo alle domande del pm Claudia Ferretti, è scoppiata più volte in lacrime.

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