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Modena, Cesare Leonardi. "Il mio manifesto: la coesistenza di uomini e alberi"

di Michele Fuoco
Modena, Cesare Leonardi. "Il mio manifesto: la coesistenza di uomini e alberi"

L’imponente lavoro sulle piante dell’architetto ora al centro di una retrospettiva a Genova

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MODENA. Una ricerca assidua, metodica ma anche sperimentale, che schiudendosi a ventaglio lo ha portato a fare cose egregie, dall'architettura al design, dalla fotografia alla pittura e alla scultura. Cesare Leonardi, ottantunenne, è l'autore di tante meraviglie, di fronte alle quali si resta affascinati. E la grande stima arriva spesso da oltre i confini modenesi. Innamorato cotto del suo lavoro è, di recente, l'architetto inglese Joseph Grima, direttore artistico del Comitato Matera 2019, capitale europea della Cultura, che ha voluto, con Andrea Bagnato, organizzare una retrospettiva, che apre domani, al Museo Villa Croce di Genova. L'ammirazione di Grima va, in particolare, allo studio degli alberi che Leonardi aveva intrapreso, da giovanissimo. Una indagine documentata, con Franca Stagi, nel maestoso volume “L'architettura degli alberi”, pubblicato nel 1982 da Mazzotta.

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Ma come nasce l'interesse per gli alberi?

«Avevo cominciato ad occuparmi degli alberi quando studiavo a Firenze, sulle cui colline ci sono dei parchi bellissimi. Da noi non c'era niente. Dovevo affrontare anche la tesi sul progetto per il Parco della Resistenza. Allora ho pensato di trovare gli alberi che potessero crescere a Modena e dintorni. Ho indagato sulla loro vita, il tempo e il luogo di crescita, le dimensioni, i colori e ho deciso di fotografarli. Sono andato a Pallanza sul Lago Maggiore, dove c'è un parco stupendo con alberi di tutto il mondo, concepito dallo scozzese Mc Eacham, che ha voluto la sua tomba in quel luogo. Ho girato per molti parchi d'Italia, Nord Europa, ex Unione Sovietica, Centro America. Il modo in cui crescevano, a seconda dei territori, era diventato una mia esigenza. Da qui ho capito che occorrevano i disegni, di alberi spogli o con le foglie, che, partendo dalle foto, ho realizzato a penna in un decennio, agli inizi degli anni Settanta».

È sua anche anche la Struttura Reticolare Acentrata. Di cosa si tratta?

«È una metodologia creata e messa a punto per cercare di dare una razionalità alla progettazione di parchi, con una riorganizzazione dello spazio, mettendo sullo stesso piano l'uomo e le sue esigenze e quelle degli alberi. Dall'indagine sugli alberi ho capito che bisogna trovare una coesistenza tra l'uomo e gli alberi. Significativo è il mio progetto sulla megalopoli verde su vasta scala territoriale che va fino a Bologna, per poter gestire anche le situazioni locali, trovando applicazione nella “Città degli Alberi” di Bosco Albergati. Una sorta di manifesto teorico premiato al convegno promosso da Bruno Zevi a Modena sul tema del paesaggio, con le proposte di tanti architetti».

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Il suo nome è legato anche alla campagna fotografica del Duomo di Modena...

«Due anni di lavoro e 20mila scatti per esplorare in ogni dettaglio la Cattedrale al suo interno. Salivo su tralicci con le ruote, “volteggiavo”, come un regista, sul braccio mobile della gru tra le metope. Le riprese fotografiche avvenivano tutte in modo frontale e a distanza di tre metri, da destra a sinistra per riprendere i rilievi. Sono state selezionate 4500 immagini in bianco e nero e 355 a colori per un monumentale “Atlante fotografico” pubblicato da Panini, nel 1985, per l'ottavo centenario della consacrazione del Duomo».

Cosa chiede alla fotografia?

«Di scoprire la vera dimensione del reale che si ha l'illusione di conoscere».

Lei è anche pittore e scultore...

«La pittura coinvolge per la libertà del fare. Dai 24 colori che conosciamo è possibile ricavarne una infinità. Il colore è incredibile. Una pennellata può dire tutto. Invece la mia scultura in legno riflette la progettualità dell'architetto: nasce da strutture ben definite, da una coerenza razionale».

La sua vera identità di creatore si manifesta in pezzi originali di design, conservati in famosi musei...

«Le sedie “Dondolo” e “Nastro” fanno parte delle collezioni permanenti dei musei più importanti al mondo: il MoMA di New York, il Centre Georges Pompidou di Parigi, il Victoria and Albert Museum di Londra, il Kunstgewerbemuseum di Berlino, dove ci sono i miei tavolini. Mi piace creare anche semplici elementi di arredo, i Solidi, utilizzando, in infinite variazioni, un unico materiale “povero”, come il legno giallo dei cantieri».

Tra i suoi interventi di architetto quale le sta più a cuore?

«Il Centro Nuoto di Vignola, con spostamenti di muri perché dalle piscine si potesse offrire la visione della Rocca. Un progetto molto caro, perché a Vignola sono vissuto 18 anni».

Ha partecipato alla vita culturale: “Parole sui muri” manifestazione d'avanguardia, nel 1967-68 a Fiumalbo; la casa di Mario Molinari, diventata in via Panni a Modena una sorta di “foyer”.

«Ci ho pensato tante volte: in quel momento c'era un certo entusiasmo. Una euforia, che veniva fuori dall'istituto d'Arte Venturi: con Parmiggiani, Della Casa, Cremaschi, Valbonesi e altri e si facevano mostre alla Sala di Cultura. Tanto fermento anche in via Panni con Emilio Mattioli, Carlo Candi, e i reggiani Marco Gerra e Rosanna Chiessi...»

Poi si è ritirato nello studio di via Emilio Po, mantenendo una una “vis” polemica, anche contro le torri di Gehry in largo S. Agostino, la piazza Matteotti di Krier. Si è ricreduto?

«Erano giuste quelle proteste».

Il suo atteggiamento critico di personaggio senza compromessi ha comportato difficoltà alla sua professione?

«Ho visto che per un certo periodo mi hanno fatto tutt'attorno terra bruciata, ma fortunatamente ho sempre cercato di fare il mio lavoro».

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