Ivano Miglioli: "Cari Pierluigi Bersani e Vasco Errani, così sbagliate Si sta dentro al Pd per cambiarlo"
In 45 anni di “vita politica” sono stati tanti i giorni difficili, le notti insonni, le riunioni infinite, con il sapore del caffè e l'odore del fumo delle sigarette. Perché il...
In 45 anni di “vita politica” sono stati tanti i giorni difficili, le notti insonni, le riunioni infinite, con il sapore del caffè e l'odore del fumo delle sigarette. Perché il partito, in questi anni, si è trovato a gestire momenti che hanno segnato la storia non solo della nostra comunità ma del nostro Paese.
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Ricordo i passaggi dal Pci al Pds, ai Ds poi l'Ulivo e, infine, 10 anni fa, il Pd; ma mai, come nei giorni e nelle settimane scorse, ho avvertito un senso di delusione, di amarezza, di rabbia e quello che poi mi fa “incazzare” di più è l'euforia che traspare da una parte e dall'altra per questa separazione.
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Ci sono due “fuori onda” che più degli interventi in direzione, più delle interviste, più delle analisi, ci aiutano a rispondere alla domanda: perché? Il primo “fuorionda” è quello del ministro Delrio: «Matteo non ha fatto neanche una telefonata». Si è litigato di brutto, ma come si fa, una situazione come questa, a trattarla come una situazione normale. Tu devi far capire che piangi se si divide il Pd non che non te frega niente. Il secondo fuorionda è di Speranza quando, rispondendo al militante che lo sprona ad andare avanti a lasciare il Pd, dice «Abbiamo deciso, ce ne andiamo» e quell' attivista risponde: «Era ora». E Speranza sorride e dice: «Sì, era ora».
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Questi fuorionda ci dicono di una comunità che ha perso il senso di appartenenza, la condivisione di ideali, di valori, le ragioni dello stare insieme; una comunità dove prevalgono rancori, ripicche, rivincite e dove non ci si parla nemmeno per telefono. Fino a qualche anno fa entrando in una sede del partito o frequentando i militanti, lavorando a una festa, si sentiva forte il senso di appartenenza, di rispetto tra di noi, la condivisione di tante battaglie: ci sentivamo,sbagliando, diversi. Sapete, adesso, se vado in una sede del Pd, la prima cosa che ti senti chiedere è: «Con chi stai?». Con Renzi, con Franceschini, con Fassino, con Veltroni, con Speranza, con Rossi, con Bersani, con D'Alema, con Martina, e non ho finito…
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E mentre “la famiglia” si separa, cosa fa il capo famiglia? Renzi si dice dispiaciuto e se ne va in America. A chi mi chiede, in questi giorni, cosa succede, cosa ne pensi, cosa fai, vai con Bersani e Vasco? rispondo con un'altra domanda: «La strada del nuovo soggetto politico cosa produrrà?». Non ci vuole nè un mago né un veggente per capire che avremo un Pd più piccolo, per iscritti ed elettori, un Pd meno plurale perché mancherà un “pezzo” di storia e di cultura politica e avremo una sinistra ancora più divisa. Quindi, aumenterà la frammentazione e la conflittualità nel centrosinistra.
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Mi domando: come ci presenteremo a giugno alle amministrative nei 1500 comuni in cui si vota? E alle prossime elezioni politiche, quando si voterà con un sistema comunque più proporzionale? Lo sappiamo tutti, lo sa Renzi, che il Pd da solo è più piccolo, non arriva al 40%, lo sa Bersani che ci vuole un campo largo del centrosinistra per vincere e governare il Paese e senza il Pd si può fare un torneo di calcetto a 5 tra ex. Stiamo contribuendo, con le nostre scelte, a consegnare il Paese a Grillo, a Salvini e alla destra. Chi ha scelto la strada della scissione e chi se ne frega della scissione apre un'autostrada verso il populismo e l'antipolitica.
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A chi se ne va domando: siamo sicuri di avere fatto di tutto per unire le forze di quelli che nel Pd non la pensano come Renzi? Domando: come si fa ad evitare che il Pd diventi il Pdr (partito di Renzi)? Mi hanno insegnato che si sta in un partito difendendo le proprie idee, si vince e si perde, si sta in maggioranza e in minoranza. Abbiamo chiesto il congresso e, al di là della forzatura sui tempi, avremo l'opportunità di dire ciò che pensiamo nel congresso, ed io sento di avere tante questioni di cui discutere nel Pd, a partire da un bilancio di questi tre anni e mezzo di segreteria e di presidenza del Consiglio da parte di Renzi.
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E il bilancio, al di la della riforma delle istituzioni e della vocazione maggioritaria, per usare un termine “moderno”, è che il Pd non è “sintonizzato” con una parte rilevante del Paese. Rimango nel Pd per affermare questo e andrò al congresso per dire che dobbiamo cambiare il Pd che oggi è una somma di potentati locali e che per farlo ci vuole un segretario che faccia il segretario tutti i giorni e ci vuole un’alleanza politica e sociale perché le riforme si fanno con il popolo e noi, invece, siamo apparsi come delle élite. È l’abc della politica è l’abc del riformismo emiliano: io, come tanti dirigenti, attivisti e militanti, vengo da lì, dal patto tra produttori impresa e lavoro, dal “non uno di meno”, da uno Stato che dà una mano a chi sta peggio, a chi rimane indietro, dal metterci insieme in una cooperativa perché uno da solo non ce la fa. Vengo da lì ma non guardo indietro, non torno a “compagni avanti il gran partito”, e la mia storia la difendo ma non si vive di nostalgia.
Venendo da lì non condivido la scelta di Bersani e Vasco Errani. Andrò al congresso da iscritto, da militante. Nel Pd, dentro al Pd, per cambiarlo. Oggi siamo lontani dalla gente, dal Paese reale, le nostre sedi, i nostri circoli sono vuoti così come le nostre casse, abbiamo i dipendenti con contratti di solidarietà, a Modena gli iscritti sono poco più di 5mila, meno dei ruzzolanti…
Abbiamo bisogno non di andare via ma di aprire porte e finestre, di chiamare la gente a darci una mano; è ora di una nuova classe dirigente a partire dal segretario, un segretario che abbia a cuore il Pd e che dunque gli dedichi tempo perché non si fa il segretario del Pd un giorno sì e tre no, un segretario che usi il noi e non solo l’io. Nonostante tutto, io ho fiducia nella nostra gente e la invito a partecipare al congresso e alle primarie; facciamoli diventare un fatto di popolo.
Se vogliamo evitare che il Pd diventi il partito di uno abbiamo una sola strada: stare nel Pd per cambiarlo perché senza Pd non si cambia il Paese e senza il Pd si consegna il Paese a Grillo e Salvini. In questi giorni mi è tornata spesso alla mente: prima il Paese, poi il partito, poi i singoli.
ex deputato Pd
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