Moreno Pigoni: Do vita ai burattini l’ultimo baluardo di un mito arcaico
«Cominciai per caso nel ‘92. E dal 2000 ho cominciato a girare con il mio teatrino
MODENA. Moreno Pigoni è l'ultimo Sandrone. «Sono l'unico che esiste». Non in carne e ossa - sia mai che la famiglia Pavironica se ne abbia a male proprio in odore di carnevale - quanto piuttosto in legno di pino (in alternativa ciliegio) e pezza colorata.
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«Scarpe grosse e cervello fino, Sandrone nasce come burattino. Parente stretto del Bertoldo di Giulio Cesare Croce, è un contadino analfabeta ma di acuta intelligenza che non abbassa mai la testa al cospetto dei potenti. Parla un italiano sbagliato perché lo traduce, storpiandolo, dal dialetto e il suo primo vagito risale ai tempi in cui la provincia reggiana si trovava sotto l'egida estense. Motivo per cui tanto Modena, allora capitale del Ducato, quanto Reggio Emilia ne rivendicano la paternità. Fu Giulio Preti, nato a Rolo all'inizio dell'Ottocento a interpretare per primo il ruolo di Sandrone nonché ad ampliare la famiglia con l'entrata in scena di Pulonia e del figlio Sgorghiguelo». Burattinaio con il culto del vino - è anche sommelier - il nostro ospite è uomo capace di profonda empatia ma poco incline a sacrificare il proprio cuore alla luce dei riflettori. Sempre pronto a rimettersi in gioco tanto nella vita (vissuta in ogni sua sfumatura) quanto sul palco delle teste di legno dove l'archetipo viene declinato nel contemporaneo, Pigoni compensa la propria indole nomade con un'encomiabile fedeltà ai valori della sua terra. È lui il genio fecondo de “I burattini della commedia”, piccola compagnia foriera di grandi sorprese che, nata a metà degli anni Novanta, è baluardo - uno dei pochi superstiti - dell’antico teatro di maschere della tradizione emiliana. «A detta di molti ci troviamo ad un passo dall'estinzione. È però da decenni che si parla degli ultimi burattinai. Siamo pochini, questo è vero. Compresa la nostra, sono tre le compagnie che in Emilia Romagna offrono spettacoli di stampo tradizionale».
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«Oltre ad aver recuperato il valore di un mito arcaico di cui ancora oggi si alimenta l'immaginario popolare, dopo accurate ricerche in merito alle origini di questo tipo di rappresentazione, abbiamo restituito un ruolo di primo piano a Pulcinella, Tartaglia, Arlecchino, Colombina… insomma alle tante maschere della Commedia dell'Arte». Quarantotto anni, sposato con Elisabetta, compagna di viaggio anche dal punto di vista professionale - «è lei che gestisce la parte amministrativa» - Moreno inciampa nel mondo dei burattini un quarto di secolo fa. E ne rimane incantato. «Allora studiavo filosofia e lavoravo con l'Arciragazzi. In occasione della festa dell'Unità venni chiamato per allestire uno spettacolo di burattini. Non sapevo da dove cominciare. Con la speranza di trovare qualche libro utile allo scopo pensai bene di andare alla Delfini».
E fu proprio alla Delfini che trovò la sua “bibbia”.
«Burattini e burattinai. Un libro che, edito a Modena nel 1980, è frutto del felice incontro tra Renato Bergonzini, Beppe Zagaglia e Cesare Maletti. Quest'ultimo, esponente di spicco di una dinastia di burattinai, ha firmato tra l'altro “Fantasia per un burattino”. Ossia un capolavoro senza eguali - tanto da consacrare il proprio demiurgo alla storia - che ai canovacci dell'Ottocento rielaborati in chiave contemporanea sposa la musica di Gioacchino Rossini. Ecco dunque che nel lontano 1992, ispirati dalla lettura e dalle immagini custodite nel libro, io e i miei compari decidiamo di creare dei pupazzi di cartapesta. Orribili, lo confesso. Ciò non toglie che li conservi ancora e che a volte non resista alla tentazione di riportarli in vita. I burattini che uso oggi sono però scolpiti nel legno, peraltro da mani abilissime. Le migliori. Mi riferisco a Natale Panaro, Gigio Brunello e Stefano Sperandei… tre grandi maestri, come pochi ne sono rimasti. E poi ci sono le maschere che ho comprato dal mago».
Il mago?
«Un illusionista. Si tratta di dieci soggetti molto particolari, diavoli con capelli rasati e crini di cavallo. Senza dubbio risultano assai poco tradizionali ma come comparse maligne si sono rivelate piuttosto efficaci. Appartenevano a Erio Maletti, fratello di Cesare, che li perse al tavolo da gioco».
Una storia curiosa che vale il racconto. Ma di questo nostro racconto il protagonista è lei. Sappiamo che è nato a Modena città con cui mantieni un legame strettissimo. Eppure l'ha lasciata più volte.
«Durante la guerra del Kosovo sono stato per un lungo periodo in Albania per conto di un'organizzazione non governativa. Sei mesi davvero intensi passati nei centri culturali giovanili. Centri che, seppur alimentati da ottime intenzioni, pagavano pegno all'inesperienza. Vi si rifugiavano molti profughi, ragazzini senza genitori o che comunque avevano perso le tracce di buona parte della propria famiglia. Il mio compito consisteva nel formare chi gestiva tali strutture. Ad esempio davo loro indicazioni su come organizzare le attività per i bambini. Sì… anche la costruzione dei burattini veniva considerata materia di formazione. È però Madrid la città che, per oltre due anni, mi ha ospitato in pianta stabile. Un altrove dove torno spesso. Insegno infatti all'Università Complutense».
L'argomento dei corsi?
«Come utilizzare il burattino nel contesto socioeducativo».
Cosa l’ha portato a Madrid?
«Una volta rientrato dall'Albania sono approdato all'ERT, Emilia Romagna Teatro Fondazione. Ho collaborato con Enrique Vargas, regista colombiano da molti anni impegnato sul fronte del teatro di ricerca, ma ho anche lavorato come attrezzista e macchinista durante l'allestimento di opere liriche. Quando sono diventato un burattinaio professionista? Nel 2000. Quando cioè ho costruito un teatrino con le mie mani e, burattini al seguito, l'ho caricato su un furgone. Così, e con un investimento di trentamila euro, è iniziata la mia carriera di burattinaio girovago. Poi nel 2002, forte della mia esperienza da sommelier, in società con un amico ho deciso di aprire un'enoteca in via Taglio. L'abbiamo battezzata Montecristo. Volevo mettere a frutto la mia competenza vinicola. Proponevamo vini stranieri e musica dal vivo sino alle tre di notte. Non ha funzionato. Siamo stati costretti a chiudere i battenti. Così sono partito. Prima tappa l'Argentina, poi una tournee di un mese in Messico, infine Madrid. Che allora, oltre ad essere una città entusiasmante, godeva di un'economia oltremodo prospera. Lì ho iniziato a lavorare per La Casa Encedida, centro culturale con cui, all'insegna dell'intergenerazionale inclusivo, ho portato a buon fine un progetto davvero magnifico».
Tradotto in parole semplici e in fatti concreti?
«Coordinavamo laboratori capaci di coinvolgere tutte le generazioni, nessuna esclusa, nonché persone in ostaggio di ogni sorta di disagio. Qui i bambini trovavano conforto nell'incontro con nonni che loro stessi avevano scelto, magari anche solo per quel giorno. Più difficile era coinvolgere le persone di mezza età o comunque dai trentacinque ai cinquanta. Il crollo della Lehman Brothers e la conseguente crisi globale ha messo però fine alle risorse. Tanto che la banca che finanziava il progetto non trovò altra soluzione se non quella di chiudere i rubinetti. Oggi Madrid dal punto di vista economico sta peggio di Modena. Non così in ambito sociale. Una cosa l'ho capita. E cioè che all'estero trovi reali opportunità di lavoro solo se sei qualcuno a casa tua».
Motivo per cui, novello figliol prodigo, sei tornato alle origini, alla tradizione.
«Già. Ma per diverso tempo, senza mai un attimo di tregua, ho fatto la spola tra Italia e Spagna. Ho pensato fosse il caso di rallentare dopo la nascita di mia figlia che ora ha otto anni».
Pensi che tua figlia seguirà le tue orme?
«Vorrei che venisse con me in baracca a “fare le voci”, credo infatti sia davvero portata. Ma è ancora molto giovane e, a livello emotivo, reggere il confronto con il pubblico non è come bere un bicchiere d'acqua. Inoltre il suo rapporto con i burattini è un po' conflittuale, ambivalente. Pur non essendo immune al loro innegabile fascino mantiene le distanze. Al momento preferisce suonare la chitarra. È allieva del conservatorio.
Arianna De Micheli
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