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«Milani era informato dell’estorsione»

di Francesco Dondi
«Milani era informato dell’estorsione»

Il consulente Piccinini inguaia il Si Cobas: «I 5mila euro dovevamo almeno dividerli». Decine di telefonate prime dell’arresto

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Aldo Milani, sindacalista dei Si Cobas, arrestato durante una trattativa sindacale con la famiglia Levoni di Castelnuovo, sapeva della mazzetta che la famiglia di imprenditori era pronta a pagare per sospendere i picchetti dei lavoratori, impegnati alla Alcar Uno. Lo conferma anche il tribunale del Riesame e lo dice anche il “mediatore” Danilo Piccinini, intercettato mentre si trova agli arresti domiciliari. «Non erano per me (i 5mila euro, ndr) - dice ad un interlocutore - Erano da dividere». E ancora: «Non voglio mica stare zitto, se erano segnati bastava che aspettassero vedere a chi andavano... perché Milani diceva che andavano in quella “cassa di resistenza”. Sai quando ci sono i picchetti... Se viene della gente che non c’entra niente con quel magazzino, quella gente lì va pagata».

I dubbi restano, Milani è finito in trappola? È Piccinini a svelare come sono andati i fatti: «I Levoni mi hanno pagato per fare da tramite con i Si Cobas - ammette - Milani mi disse di sì, blocca immediatamente gli scioperi, dopodiché ci vediamo e mi dice la cifra. C’erano due trattative, una legale e una illegale».

La difesa del sindacalista, chiedendo ai giudici la sospensione dell’obbligo di dimora, ha elaborato delle approfondite controdeduzioni - apprezzate dal Riesame - che però non hanno convinto fino in fondo. Per il tribunale, infatti, Piccinini intercettato non scarica solo su Milani le responsabilità, anzi dimostra una “responsabilità concorsuale”. Tra i due, prima dell’arresto, c’è infatti una fittissima rete di dialoghi, a cui aveva fatto seguito un primo momento di trattative con i Levoni. Milani, in sostanza, sapeva chi era Piccinini e averlo di fianco non lo aveva sorpreso. Anzi, il Si Cobas, parlando della richiesta di soldi ai Levoni, dice: «Da tutte le altri parti cacciano un po’ di soldi per mandare via la gente...».

Il Riesame si pone poi alcuni interrogativi: se Milani non sapeva del tentativo estorsivo, perché mai Piccinini avrebbe voluto lui, cioè un testimone così scomodo? E vedendo quello scambio di soldi, perché il sindacalista non ha preso subito le distanze? C’è invece una frase emblematica di Lorenzo Levoni che inguaia i due: «Io quello che vi do oggi, per piacere consideralo un acconto». Parla al plurale, l’imprenditore, mentre Milani osserva la busta con 5mila euro transitare davanti ai suoi occhi e Piccinini mimare due volte il gesto delle manette, che tanto ha fatto discutere, quasi fosse un segnale agli investigatori che osservano con le telecamere nascoste. Lo stesso Piccinini poi parla del rischio di arresti e quindi, annotano i giudici, Milani non può dire di non essersi accorto di nulla.

A concludere il ragionamento del Riesame c’è l’aspetto economico: Piccinini sostiene di aver già incassato 5mila euro per la consulenza e i giudici spiegano come i soldi pretesi dai Si Cobas, nella parallela trattativa, fossero 14mila euro, non certo i 60mila euro che Piccinini chiede ai Levoni e di cui informa Milani in una telefonata prima dell’arresto.

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