Pavullo, risse dei genitori in tribuna. L'esperto: «I genitori temono i flop dei loro figli»
La prof. Caterina Satta: «Ragazzi troppo protetti, padri e madri hanno paura dei giudizi della società e così tutto degenera»
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PAVULLO. L’iperprotettivismo che padri e madri stanno dedicando ai propri figli arriva poi a degenerazioni con episodi di violenza, verbale o fisica, come avvenuto domenica mattina al campo “Galloni”. Botte sugli spalti con un papà che ha innescato la doppia rissa, finendo poi per essere a sua volta colpito a più riprese dagli altri genitori. Partita sospesa e figli in lacrime aggrappati alla rete mentre invocano di smetterla, di lasciarli solo giocare e divertire. Ma il calcio violento non si ferma e Modena sembra finita in un vortice travolgente. Non è più questione di agonismo, di situazioni che degenerano sugli spalti, ma è un male insito nella nuova società.
La professoressa Caterina Satta, docente al dipartimento di Scienze dell’educazione dell’Università di Bologna, e autrice del libro “Per sport e per amore. Bambini, genitori e agonismo” (Edizioni Il Mulino), entra nelle viscere del problema, che affonda le basi su un nuovo rapporto genitori-figli.
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«Negli ultimi anni - spiega la docente - si è assistito ad un cambiamento di valori. I figli sono diventati la centralità di una famiglia. Sono sottoposti a controlli continui e a una protezione che talvolta degenera. I genitori sono convinti che la bravura dei loro ragazzi, che sia nella scuola o nelle attività sportive, sia il metro per giudicare la loro bravura come genitori.
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Attraverso il comportamento dei figli vengono misurati il valore e le qualità educative dei padri e delle madri. Di fatto il timore è che la società possa misurare gli adulti osservando i risultati dei ragazzini e questo crea una pressione eccessiva. Vediamo genitori che non si perdono un allenamento dei figli, che fanno di tutto per programmare la propria vita in virtù degli impegni dei ragazzi. Se da un lato questo nuovo valore di famiglia è certamente un bene, dall’altro può essere un rischio. Ma se a scuola i genitori non possono entrare, nelle strutture sportive sì, e talvolta si vede con quali forme quella partecipazione può degenerare».
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L’assunto “più mio figlio è bravo e più io sono un bravo genitore” porta padri e madri a pretendere il massimo dai ragazzi e inconsciamente impone loro di proteggerli per non perdere la faccia sociale. Ecco allora che un passaggio sbagliato o un gol fallito è colpa degli altri e una sconfitta è imputabile all’arbitro che ha fatto degli errori. «Si tende a giustificare tutto - continua l’autrice di “Per sport e per amore. Bambini, genitori e agonismo” - Sul palcoscenico sportivo si gioca la credibilità di una famiglia».
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L’analisi sociologica porta con sé anche una possibile soluzione: «Lasciate i vostri figli liberi di sognare, di essere autonomi, di sperare un giorno di diventare grandi calciatori - esorta Caterina Satta - Ma non immedesimatevi in quell’ambizione. Cercate di individuare le capacità e le competenze dei ragazzi, assecondatele e accompagnateli nel loro percorso senza essere invadenti o volendoli educare. Loro vi considerano le guide, faranno di tutto per compiacervi, ma non riversate sui figli le ambizioni o le frustrazioni perché hanno bisogno di crescere in modo sereno».
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