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Io lavoro / L'atelier di sara, piccolo miracolo figlio della crisi

Io lavoro / L'atelier di sara, piccolo miracolo figlio della crisi

Entrando nel suo atelier si respira da subito un'aria creativa. Sara Cremaschi, 29 anni, si racconta:  «Nel 2013 i miei genitori hanno chiuso l'azienda di famiglia e io mi sono trovata a reinventarmi una professione».

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MODENA. Entrando nel suo atelier si respira da subito un'aria creativa. Sara Cremaschi, 29 anni non si ferma un secondo. Controlla il taglio, il punto, il tessuto.
«Tutto deve essere perfetto quando crei vestiti su misura» racconta mentre stende un tessuto sul grande tavolo da lavoro pieno di idee che diventeranno abiti da cerimonia. Sara vive a Bomporto e qualche anno fa, dopo la chiusura dell'azienda di famiglia, il grande passo: aprire un atelier tutto per sé, dove le sue creazioni potessero prendere vita ed essere indossate. Così è nato "Satìne Atelier" e oggi Sara, fra sacrifici e soddisfazioni, lo gestisce da sola.

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Quanti anni aveva quando ha iniziato a occuparsi dell'azienda di famiglia?
«Avevo appena compiuto 18 anni. Avevamo un'azienda familiare nata quarant'anni fa come conto terzista di jersey e maglieria. Io e mio fratello l'abbiamo portata avanti e posso dire di essere cresciuta lì. Ogni ricordo è legato a quel luogo. I miei primi vestitini per le bambole e le mie prime creazioni. Lì ho imparato tutto quanto, dalla creazione, produzione ma anche le basi di economia e marketing che ho affinato poi all'università».
Cosa significa essere imprenditrici a 18 anni?
«Significa sacrificare molto e fare i conti con una realtà, il lavoro vero che ti mette davanti alle responsabilità. Io nel frattempo ho avuto anche una figlia e stavo iniziando l'università. Questi sacrifici però ti permettono di acquisire un bagaglio professionale molto importante. E' una crescita improvvisa determinata da tutto quello che hai intorno. Ti senti diversa dai tuoi coetanei che vanno in giro a divertirsi e fanno esperienze da 18enni e tu invece hai mille cose da fare e altrettanti pensieri che ti girano per testa».
Come è passata dall'azienda a "Satìne Atelier"?
«Nel 2013, quando abbiamo chiuso per problemi legati alla crisi purtroppo mi sono ritrovata svuotata, dopo che chiudi un'azienda non hai voglia di ripartire subito, i dubbi ti assalgono e ti chiedi se stai prendendo la strada giusta per te. Così ho passato un periodo facendo lavoretti saltuari ma stavo male, sentivo che non era la mia strada e che non potevo farlo. Dovevo stare nel mio mondo, quello fatto di macchine da cucire, tessuti, vestiti e clienti. Ci ho pensato parecchio ma alla fine mi sono lanciata e dopo un iter lungo quasi un anno, nel 2015 è nato Satìne Atelier e oggi, tra le tante difficoltà, sono qui e sono contenta».
Quali difficoltà ha incontrato in questo percorso?
«Intanto io sono una libera professionista e noi giovani con partita Iva siamo attanagliati dalle tasse, lo Stato non ti dà tregua e non ti aiuta. Quindi già questo è un problema, ci vorrebbero più incentivi per noi giovani che investiamo nel territorio. Un altro grande ostacolo è stato scegliere il posto: io creo vestiti su misura, per cerimonie e alta moda e non sapevo se Bomporto fosse il luogo adatto. Oggi invece confermo che lo è, ho tanti clienti e sono tutti affezionati quindi l'attività è partita bene».
Quali sono le qualità indispensabili per gestire e mandare avanti un'attività?
«Innanzitutto il rapporto umano: mai dimenticarsi che stai lavorando per delle persone quindi la gentilezza, disponibilità e competenza, quella è indispensabile. Si acquisisce lavorando sul campo, facendo sacrifici e provando a lanciarsi un po'. Per cambiare le cose dobbiamo cambiare e evolverci anche noi, soprattutto i giovani, bisogna coinvolgerli e creare la meritocrazia, se sei bravo allora devi essere aiutato e supportato».
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