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Modena. Quando il vino diventa un’eccellenza al femminile

Modena. Quando il vino diventa un’eccellenza al femminile

L’azienda "Villa di Corlo" dell’imprenditrice Maria Antonietta Munari produce a Baggiovara un Lambrusco che si è imposto anche all’estero: «Tuteliamo la tipicità del nostro territorio»

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di Andrea Ancarani

MODENA. Il 2016 è stato un anno record per la produzione e l'esportazione del vino, secondo Nomisma l'export ha superato il 50% (per 5,6 miliardi) del totale del valore della produzione, circa 10 miliardi. Globalmente si è registrato un aumento del 4% del mercato, anche se negli Stati Uniti si è raggiunto il 6%, e in Cina si è registrato un incremento del +39% nei vini imbottigliati. Una performance di tutto rispetto considerando la media del totale di categoria (+17%) e quelle dei diretti competitors come Spagna (+27%) o Francia (+12%).
Ne parliamo con Maria Antonietta Munari che con la propria azienda agricola "Villa di Corlo" a Baggiovara, oltre a essere un esempio di eccellenza al femminile del nostro territorio, ha fatto dell'innovazione, della tecnica e della cultura del vino, i propri punti di forza.
Quando e come è nata la vostra azienda?
«La nostra famiglia - afferma l’imprenditrice - aveva questi vigneti dalla fine dell'800 ma, dato che non trovavamo un Lambrusco che ci piacesse, nel 1998 è nata l'idea di avviare un'impresa agricola e di provare a vinificare le nostre uve. Subito abbiamo deciso di lavorare in purezza, ovvero con solo uve prodotte dai nostri vitigni: volevo che i miei vini avessero un'identità e caratteristiche ben evidenti».
Avete avuto difficoltà ad affermarvi come nuova realtà?
«Sul mercato locale non abbiamo avuto problemi. Qualche difficoltà c'è stata all’estero poiché sul Lambrusco ha sempre pesato la nomea di essere più una bibita che un vino per i sapori dolci, fruttati e freschi. Da 4-5 anni ha tuttavia rialzato la testa e la stampa, anche a livello internazionale, ha cominciato a interessarsi e a rendersi conto come questo prodotto faccia parte della cultura di un territorio».
Quanto sono importanti tecnica e tecnologia nella produzione del Lambrusco?
«Nella lavorazione per il vino fermo l'uva ha un'importanza del 90%, per il Lambrusco invece sono molto importanti lavorazione e tecnica per avere un giusto equilibrio tra profumi e sapori. La quantità di tecnologia necessaria è notevole, basti pensare che il mosto e il vino vengono lavorati a temperature molto fredde e progressivamente più rigide secondo ogni passaggio della lavorazione. Senza la tecnica non si raggiunge quel perfetto equilibrio tra zucchero e acidità che caratterizza il Lambrusco di Gasparossa».
Il successo all’estero si deve a questa perfetta sincronia di sapori, tecnica e tradizione?
«Senza dubbio, soprattutto in questi anni. Ad oggi produciamo 115mila bottiglie e più del 50% viene venduto all'estero. Il nostro primo mercato internazionale è stato il Brasile. Nel 2000 abbiamo cominciato a esportare negli Usa, i nostri importatori maggiori. Oggi lavoriamo benissimo anche in Europa, esportiamo anche in Canada, Cina e Giappone».
Recentemente l'Europa ha cercato di liberalizzare il marchio Doc permettendo la produzione del Lambrusco anche in Paesi come la Svizzera.
«Questa proposta è stata appoggiata soprattutto da Spagna e Portogallo, nostri diretti competitors: siamo riusciti per ora a bloccare questo scempio. Le uve del Lambrusco sono tipicità unica del nostro territorio, d'altra parte noi non produciamo il Porto».
Ma non bisogna abbassare la guardia, giusto?
«Assolutamente no, spesso anche noi siamo colpevoli se non protagonisti di scempi del genere. Basti pensare che permettiamo che nostro vino venga esportato e venduto al migliore offerente all'estero, dove viene poi integrato con vino locale e venduto come Lambrusco. Alla lunga queste operazioni ci rubano clienti e fette di mercato. Su questo occorrerebbe un protezionismo sui nostri marchi. Per tutelarci sarebbe sufficiente che il prodotto uscisse dai nostri territori solo imbottigliato, non sfuso».
Come fa il consumatore a muoversi in questo dedalo e come si riconosce il prodotto di qualità?
«Bisogna guardare il prezzo, mai affidarsi a prodotti troppo a buon mercato e l'etichetta spesso non è sinonimo di qualità, il consumatore deve informarsi sull'azienda che lavora con serietà e rispetto delle regole, meglio se ha avuto riconoscimenti e premi. Cosa importante è riconoscere il territorio, capire da quale vigneto viene il vino che compro, chi lo lavora e come lo lavora».
Producete anche aceto?
«L'aceto è da sempre stata una tradizione per la nostra famiglia. Quando abbiamo cominciato la vinificazione nel ’98 abbiamo in parallelo incrementato l'acetaia che ora conta circa 500 botti. E i prodotti sono apprezzati all'estero».
La produzione del Lambrusco necessita di molta energia, come mantenete l'azienda a impatto zero?
«Gestendo l'azienda agricola come una famiglia siamo oculati negli investimenti, tuttavia l'investimento nel fotovoltaico ha significato una svolta. Ora i pannelli solari mantengono tutti gli impianti, riusciamo anche a vendere energia. Sostanzialmente il nostro vino è a impatto zero. Fare le cose in base alle proprie forze negli anni ti permette di non fare investimenti sbagliati. Nel nostro lavoro bisogna stare attentissimi alla gestione finanziaria, avere lungimiranza e parsimonia. Il fotovoltaico è stato uno degli investimenti che più hanno pagato».
Avete vinto anche premi.
«Tutti gli anni abbiamo delle eccellenze e anche a livello internazionale. Premio "Corleto" ci ha assegnato 92 punti, abbiamo ottenuto 88 punti dall'edizione americana di Wine Spectator e il nostro Lambrusco è stato inserito tra i vini d'eccellenza nella guida de l'Espresso. Arrivano sempre riconoscimenti, anche se io non lavoro per quello e non me ne occupo più di tanto».
Progetti per il futuro?
«Quest'anno siamo usciti con due spumanti; un metodo classico e un metodo charmat e presto lanceremo un nuovo vino 100% biologico, sono tanti i progetti da incrementare».
 

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