L’arte della poesia per la salute mentale con Stefano Serri
di Laura Solieri
Infermiere in assistenza domiciliare ha pubblicato un libro: «Alleniamo gli occhi al presente senza perderci nei sogni»
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FIORANO . Sono tante le associazioni che sul nostro territorio operano nel campo della salute mentale e l’arte, sperimentata attraverso laboratori, esperienze teatrali, attività manuali, si rivela spesso un ottimo strumento per capire e affrontare questa tematica. Il poeta Stefano Serri affronta questo tema in un libro, “Manicomio lirico”, uscito a gennaio 2017, che raccoglie poesie nate dalle suggestioni di Mad Pride, un laboratorio teatrale condotto a Modena da Luciana Talamonti, dedicate ad artisti, per lo più poeti, che hanno attraversato l'esperienza della malattia mentale con esiti molto diversi: saltando dal balcone, come Amelia Rosselli, o restando chiusi per anni in una torre, come Hölderlin.
«Più che alle storie, mi sono dedicato alle voci. Le poesie non hanno un intento descrittivo, pur essendo ricche di riferimenti, evidenti o criptati, alle biografie e alle opere degli artisti citati», spiega Stefano Serri, 37 anni, di Fiorano Modenese, che lavora come infermiere in Assistenza Domiciliare e ha due grandi passioni: il teatro, che dopo la laurea in Discipline teatrali al Dams di Bologna vive come spettatore e osservatore, e i libri, che legge e rilegge, scrive e riscrive.
«Mentre alcuni nomi che compaiono, come quelli di Alda Merini o Sylvia Plath, sono noti ai più, altri non diranno nulla al lettore – prosegue Serri - Chi ricorda Pietro Mandré? Chi conosce René Verboom? Che gli autori siano celebri o no (e in realtà c'è posto anche per gli Anonimi e i Nessuno), ogni monologo del libro è un invito all’ascolto, perché l’ultima cosa che un poeta lirico vuole è parlare da solo».
I protagonisti di queste pagine hanno sempre dei compagni di stanza, di volta in volta diversi: può essere una sorella, un custode, oppure una moglie, come nel caso di Robert Schumann e Clara Wieck. Lo stesso lettore-spettatore del libro diventa interlocutore. In questo libro, come nel precedente Prove di un discorso, dedicato al poeta Liu Xiaobo, Nobel per la pace detenuto in Cina per crimini di opinione, Serri tenta di ricollocare il frammento lirico in una struttura più ampia, legata a suggestioni teatrali.
«La struttura complessiva di un volume di poesie è per me determinante quanto le singole poesie stesse: forse qualcuno crede per fare un libro si mettano in fila le pagine così come sono state scritte, in ordine cronologico. Per me, la costruzione di un libro vive di articolazioni, stesure successive, richiami interni, suddivisioni e spostamenti: operazioni che si è soliti pensare più per un romanzo che per una raccolta di versi».
Come si fa a raccontare la vita in un sogno? Che sogni ci rimangono, oggi? Nella realtà di ogni giorno ci sono già così tante occasioni di bellezza, tante fonti di gioia più o meno nascoste... «Allenerei di più gli occhi e l'attenzione al qui e ora, senza pretendere troppo dai sogni».
Manicomio come condizione sociale o esistenziale o entrambe? «Non si possono separare le due dimensioni. L'uomo non si può conoscere soltanto in relazione agli altri, né solamente in sé. Nel libro si troverà chi in manicomio c'è finito perché povero o vagabondo, chi per le idee eccentriche (come Helene von Druskowitz, filosofa e femminista) e chi perché stava male, voleva uccidersi o cercava di farlo continuamente. Attraversando le stanze di Manicomio lirico si può fare memoria di un passato non troppo lontano e osservare con occhio critico il presente, accorgendosi dei residui manicomiali presenti ancora oggi nella nostra società, senza perdere la fiducia nel fatto che possiamo compiere azioni, individuali e collettive, per il loro superamento.
«Più che alle storie, mi sono dedicato alle voci. Le poesie non hanno un intento descrittivo, pur essendo ricche di riferimenti, evidenti o criptati, alle biografie e alle opere degli artisti citati», spiega Stefano Serri, 37 anni, di Fiorano Modenese, che lavora come infermiere in Assistenza Domiciliare e ha due grandi passioni: il teatro, che dopo la laurea in Discipline teatrali al Dams di Bologna vive come spettatore e osservatore, e i libri, che legge e rilegge, scrive e riscrive.
«Mentre alcuni nomi che compaiono, come quelli di Alda Merini o Sylvia Plath, sono noti ai più, altri non diranno nulla al lettore – prosegue Serri - Chi ricorda Pietro Mandré? Chi conosce René Verboom? Che gli autori siano celebri o no (e in realtà c'è posto anche per gli Anonimi e i Nessuno), ogni monologo del libro è un invito all’ascolto, perché l’ultima cosa che un poeta lirico vuole è parlare da solo».
I protagonisti di queste pagine hanno sempre dei compagni di stanza, di volta in volta diversi: può essere una sorella, un custode, oppure una moglie, come nel caso di Robert Schumann e Clara Wieck. Lo stesso lettore-spettatore del libro diventa interlocutore. In questo libro, come nel precedente Prove di un discorso, dedicato al poeta Liu Xiaobo, Nobel per la pace detenuto in Cina per crimini di opinione, Serri tenta di ricollocare il frammento lirico in una struttura più ampia, legata a suggestioni teatrali.
«La struttura complessiva di un volume di poesie è per me determinante quanto le singole poesie stesse: forse qualcuno crede per fare un libro si mettano in fila le pagine così come sono state scritte, in ordine cronologico. Per me, la costruzione di un libro vive di articolazioni, stesure successive, richiami interni, suddivisioni e spostamenti: operazioni che si è soliti pensare più per un romanzo che per una raccolta di versi».
Come si fa a raccontare la vita in un sogno? Che sogni ci rimangono, oggi? Nella realtà di ogni giorno ci sono già così tante occasioni di bellezza, tante fonti di gioia più o meno nascoste... «Allenerei di più gli occhi e l'attenzione al qui e ora, senza pretendere troppo dai sogni».
Manicomio come condizione sociale o esistenziale o entrambe? «Non si possono separare le due dimensioni. L'uomo non si può conoscere soltanto in relazione agli altri, né solamente in sé. Nel libro si troverà chi in manicomio c'è finito perché povero o vagabondo, chi per le idee eccentriche (come Helene von Druskowitz, filosofa e femminista) e chi perché stava male, voleva uccidersi o cercava di farlo continuamente. Attraversando le stanze di Manicomio lirico si può fare memoria di un passato non troppo lontano e osservare con occhio critico il presente, accorgendosi dei residui manicomiali presenti ancora oggi nella nostra società, senza perdere la fiducia nel fatto che possiamo compiere azioni, individuali e collettive, per il loro superamento.
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