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Modena. «Aborti, un medico su due è obiettore»

di Davide Berti
Modena. «Aborti, un medico su due è obiettore»

A Modena numeri superiori alla media. L’assessore Urbelli: «Segnale su cui intervenire, vanno tutelati i diritti delle donne»

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MODENA. Trovare un medico disponibile a praticare una interruzione di gravidanza è un problema anche a Modena, come accaduto in altre parti d’Italia? Il problema esiste, lo dicono anche i numeri: la media regionale della percentuale di incidenza dei medici obiettori di coscienza è attestata al 53,1 per cento, a Modena sale al 55,3 tra i medici Ausl e scende al 50 per cento tra i medici dell’azienda Policlinico (i dati sono del 2015, gli ultimi disponibili dal report regionale, prima dell’unificazione dei due colossi ospedalieri Policlinico e Baggiovara).
Numeri sui quali riflettere se un medico su due, di fatto, non pratica interruzioni di gravidanza. La vicenda sta particolarmente a cuore anche all’assessore al Welfare del Comune di Modena Giuliana Urbelli: «Occorre tenere alta l’attenzione, non possiamo correre il rischio di retrocedere sui diritti acquisiti e sanciti dalla legge».
Cosa ne pensa della forzatura utilizzata nel Lazio, dove è stato bandito un concorso solo per medici non obiettori?
«Questa discussione potrà produrre buoni risultati se ci porterà a progredire sulla strada dei diritti, che nei Paesi europei considerati più evoluti sono da tempo riconosciuti. Quanto è avvenuto sul tema dei vaccini ci può aiutare nella riflessione. Il paragone può risultare azzardato, ma le istituzioni regionali sono intervenute per salvaguardare il diritto alla salute della comunità più debole, quella infantile, che la scelta di pochi, per ragioni che non sta a noi giudicare, rischia di mettere a repentaglio. Una scelta non facile ma di grande lungimiranza».
Come legge i dati modenesi?
«Non siamo certo ai livelli del Lazio, ma i numeri evidenziano che, in particolare su certe professionalità, il rapporto degli obiettori sul totale degli operatori è superiore alla media regionale. Non solo, è superiore al 50 per cento. E questo è un segnale su cui la politica, non solo sanitaria, deve interrogarsi».
C’è una strada già tracciata da seguire?
«Credo che i vertici della Sanità, Regione in testa, siano impegnati nel garantire uguaglianza di accesso al percorso per l’Interruzione volontaria di gravidanza (Igv) prevista dalla legge, ponendo esplicitamente tra gli obiettivi delle aziende sanitarie un’attenzione particolare, per esempio, a un aspetto molto delicato come la riduzione dei tempi di attesa tra rilascio del certificato e l’intervento di Ivg. L’obiettivo indicato, per gli interventi oltre le due settimane di attesa dalla certificazione, è inferiore al 25 per cento. Occorre dunque un monitoraggio costante affinché i principi che la Regione assume come indicativi trovino applicazione nella prassi. Anche la politica locale può fare la propria parte, a partire dalla Conferenza territorio socio sanitaria dove le istanze della Sanità modenese trovano espressione».
È vero che chi fa aborti non fa carriera?
«È chiaro che il principio dell’obiezione di coscienza va tutelato ma ciò non può ledere in alcun modo un diritto riconosciuto dalla legge: il servizio pubblico, come tale, deve garantire il diritto della donna, ma allo stesso tempo non penalizzare chi si fa carico di “servire lo Stato”. Sempre per utilizzare un paragone azzardato: l’obiezione militare prevedeva una compensazione con il servizio civile…».
Le aziende cosa dovrebbero fare per tutelare tutti?
«Credo debba porsi un tema di equità nei percorsi professionali delle aziende sanitarie. Se è vero che i non obiettori vengono “di fatto” penalizzati, diminuendo al punto di rischiare di non garantire più il diritto che deriva dalla legge 194, una possibile soluzione può essere quella di percorrere strade analoghe alla procedura “Zingaretti”, che è stata ritenuta legittima».
I dati dicono comunque che gli aborti sono in calo.
«Il calo significativo e costante degli aborti è il dato più importante da cui partire. Innanzitutto il trend storico (dieci anni e oltre) conferma la progressiva diminuzione sia delle Ivg chirurgiche che degli aborti medici, ma il dato forse più significativo, dato il calo delle nascite, è la diminuzione costante del tasso di abortività, ovvero della percentuale di aborti sui nati, poco sopra il 7 per mille a livello regionale».
Equità, ma anche supporto. Per la donna è una scelta difficilissima.
«È significativo che il 50 per cento delle donne che sceglie di abortire abbia un’occupazione. Questo evidenzia che la prevenzione e i percorsi messi a disposizione delle donne contano, sia sul piano sanitario che sociale, ed è su questo che bisogna investire. La donna è condotta nel suo percorso dalla rete dei consultori accanto all’ospedale, così come sono numerosi i progetti con cui associazioni di diversa ispirazione, assieme all’assessorato, sostengono la donna nella decisione ma soprattutto nel periodo pre e post parto, spesso vissuto con difficoltà non solo per ragioni economiche ma soprattutto psicologiche, specie dalle mamme sole o prive di una rete familiare. Sapere che esiste una rete di supporto a cui fare riferimento può fare la differenza».

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