Marano:Nino Saetti "Scrivo con la luce la mia passione per il mondo rock "
“Maranese dell’anno” il fotografo dal 1994 ritrae icone della musica internazionale
MARANO. Lampo di occhi color ghiaccio, per una volta non celati dall’obiettivo della sua Canon. Nino Saetti si racconta a volto scoperto, lasciando che trent’anni di camera oscura vengano alla luce, ora che anche la sua città l’ha riconosciuto come personaggio illustre, con il premio “Maranese dell'anno 2016”, consegnato lo scorso dicembre dalle mani del sindaco Emilia Muratori. A proprio agio nel suo studio di posa, un mausoleo del rock documentato da oltre vent’anni di fotografie di concerti, a pochi passi dal gorgoglìo del fiume Panaro, Nino socchiude le palpebre per ricordare dove abbia avuto inizio il percorso che lo ha portato a lavorare con nomi del calibro di Vasco Rossi, Luca Carboni, Bruce Springsteen, Red Hot Chili Peppers, Lenny Kravitz e Anastacia. «Credo fosse il 1981, a occhio e croce, si torna indietro ai tempi della mia Cresima; il fidanzato di mia sorella fotografava per passione e io ero molto incuriosito, volevo provare a mia volta, così chiesi in regalo la mia prima macchina fotografica, una Agfamatic 50. Ai tempi la pellicola si comprava solo a Vignola e io scattavo senza cognizione di quello che facevo… ero diventato l'incubo della mia compagnia perché li fotografavo di continuo, mentre eravamo a fare il bagno al fiume, o in posa sulla Vespa».
Sorride ai ricordi, mentre sfoglia un portafoto con scatti dal formato quadrato, il colore virato dal tempo. «Alternavo le prove libere a momenti di lezione insieme a quello che poi è diventato mio cognato, passando ore nella sua camera oscura in soffitta. Lui mi ha insegnato le basi tecniche, i primi rudimenti di ciò che ho trasformato in un lavoro… ma allora era un gioco, un hobby».
Poi, mentre prendeva piede la passione per la fotografia, si rafforzava quella per il rock: «Non si tratta solo di musica, ma di stile di vita vero e proprio, e io frequentavo concerti desiderando di portare a casa un ricordo, un frammento di quello che avevo vissuto».
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L'anima rock di Saetti emerge infatti nelle esperienze di vita, da quelle musicali alla moto: i lunghi viaggi alla scoperta dell'Europa, la filosofia di vivere giorno per giorno, cercando di cogliere l'essenza delle coseanche nei loro eccessi. Passano così gli anni '90 e Nino studia la ripresa attraverso il lavoro di videomaking per un service modenese, tuttavia non ci trova la soddisfazione che gli dona lo scatto. «Nel video non c'è l'attimo, l'anima può essere colta nella fotografia. E poi con la telecamera non ho un buon rapporto, io e il montaggio non ci siamo mai sposati; però in quegli anni ho cominciato a frequentare i backstage e i casting, facendo reportage anche fotografici, e fu il momento in cui acquistai la mia prima Nikon. Si può dire che lì finì la mia prima fase fotografica e iniziò la seconda, quella professionale, dove mi sono dedicato anche allo studio e quindi il perfezionamento della tecnica».
Il primo accredito ufficiale a un concerto rock avviene nel 1994 in Sardegna, per l'esibizione live di Robert Plant (ex cantante dei Led Zeppelin, ndr), ma il curriculum di reporter musicale si infittisce dai primi anni 2000 con collaborazioni commissionate dai webzine, che poi lo porteranno all'interno delle agenzie e degli uffici stampa del mercato. Le passioni per la “scrittura con la luce” e la musica si sono quindi finalmente fuse, anche se questo comporta un lavoro molto impegnativo di preparazione ed esecuzione, facendo i conti con tempi stretti e ostacoli tecnici. «Si crede sia facile fare la foto di un concerto dal vivo, ma si tratta invece di un frangente estremamente complesso: una foto per definizione non parla, ma in questo caso bisogna farla suonare. Deve emettere il suono di quell’istante e questo può succedere solo se si coglie il dinamismo. Dal punto di vista tecnico si tratta di modificare in continuazione i parametri di luce, ISO, tempi, regolazioni cromatiche, facendo i conti con la scenografia che varia di continuo e le luci. Si ha poco tempo, solo pochi pezzi prima che i fotografi accreditati, non ufficiali, vengano fatti uscire, quindi bisogna poterlo usare al meglio».
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Nino spiega che è fondamentale studiare un tour prima di andare a fotografarne una tappa, per sapere in anticipo quali sono i luoghi migliori dove posizionarsi per avere un buon risultato. Queste conoscenze gli sono valse un presente di tutto rispetto e finalmente si qualifica nel gotha dei fotografi ufficiali, coloro che possono essere inclusi a pieno titolo nella vita degli artisti per cui lavorano. Attualmente Saetti è fotografo di Luca Carboni (dal 2015) e collabora con Vince Pastano e Guido Elmi, storico produttore di Vasco, oltre a Fonoprint per la realizzazione di copertine di dischi di grandi nomi della musica italiana e artisti emergenti. Nel 2016 è stato nella triade di fotografi ufficiali per il tour italiano di Bruce Springsteen.
LA SCHEDA - MILIONI DI CLIC SOTTO IL PALCO
«Fu mio fratello a introdurmi al rock, mi vengono in mente i primi concerti con Gabriel e i Dire Straits, eravamo a Ferrara negli anni '90». Ricordi che scorrono sulla linea del tempo di una vita privata in parallelo ai grandi palcoscenici di cui Nino Saetti era affascinato già da ragazzo. «Pensare che la prima volta che vidi Vasco era al Kiwi di Piumazzo, forse nel 1983, ed ebbi dei problemi ad entrare perché avevo a malapena 14 anni … e dire che la sala del concerto era semivuota, erano tutti a ballare la commerciale!». Un'evidenza di come il successo si conquisti con la gavetta, a suon di delusioni e con una determinazione ferrea, sia per i musicisti che per il loro entourage. Ora riconosciuto tra i fotografi ufficiali di Bruce Springsteen in Italia, Nino ricorda perfettamente la prima volta che lo vide dal vivo: «Era il 1988 e feci la mia piccola traversata per andare a Torino a vedere un grande concerto organizzato da Amnesty International per i diritti umani; si esibivano artisti come Tracy Chapman, Youssou N'Dour, Sting… e il Boss, che interpretò magnificamente Get Up, Stand Up di Bob Marley. Ero così emozionato che scattai una marea di foto, mi ero anche posizionato di fianco al mixer per avere una visione più centrale del palco. Poi, quando andai a prenderle dallo sviluppo, mi resi conto che erano venuti solo dei puntini neri in lontananza, in mezzo a un'orda di gente. Ho ancora quelle foto, non valgono nulla sul mercato, ma per me hanno un enorme valore affettivo».
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