Coppia di evasori, sequestrati 22 milioni
La Finanza colpisce marito e moglie, già in affari con il faccendiere Piccinini: sigilli a ville con piscina, case e mezzi
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Souad Mochrik ha 36 anni, è laureata in Economia e Commercio e secondo l’accusa è la mente di un vasto raggiro fiscale, che ha visto coinvolto anche il marito Bilal El Mangar, 41 anni, per anni domiciliato a Finale. Nella frazione di Casoni di Sotto aveva anche sede legale un consorzio, di quelli usati dalla coppia per aggirare il Fisco italiano e distrarre fondi grazie ad un giro di fatturazioni che coinvolgevano coop create appositamente. E tra i clienti della coppia, capace anche di esportare cospicui fondi in Marocco dove hanno acquistato terreni per un valore di oltre un milione di euro, c’erano importanti e inconsapevoli società nazionali: da Poste a Dhl, passando per diverse imprese di pulizia, tutte all’oscuro dell’organizzazione. Si erano specializzati in servizi di logistica Souad e il marito Bilal e in poco tempo avevano messo insieme un fatturato da capogiro. All’operazione partecipava anche Danilo Piccinini, divenuto celebre in terra modenese per l’estorsione alla famiglia Levoni nell’ambito della vertenza aperta dai Si Cobas. Era lui il braccio destro della coppia tanto da diventare vice-presidente del Consorzio Cisli e amministratore di fatto, insieme ai due, delle cooperative Athos Tech, Impianti, Dialogos srl, Emilwork coop, Handling coop, Italservice scarl, Italservizi scrl, La Logistica, Logistica System, Logistica World, New Service logistica, Team facchini, Leader coop, Mimosa coop, Italog coop, Mo Servizi. Alcune delle società hanno effettivamente lavorato, altre no, emettendo però fatture che permettevano ai consorzi di compensare l’Iva e alle stesse cooperative di abbattere l’imponibile e pagare così meno tasse.
Una triangolazione su cui la Guardia di Finanza di Ferrara ha lavorato per anni e che ha già portato anche ad una sentenza di primo grado in cui marito e moglie sono stati condannati, così come lo stesso Piccinini. Ora, però, è scattata la seconda fase dell’inchiesta, che prevede il sequestrato e la contestuale confisca, su ordine del Tribunale di Ferrara, di un vasto complesso di beni riferibile ai due coniugi marocchini condannati per frode fiscale. Il valore dei beni confiscati ammonta a 22,2 milioni di euro composti da quote di società e il complesso di cespiti ad essi riferibili (crediti, beni immobili, autoveicoli). Ci sono quindi cospicui compendi immobiliari, fra cui un complesso residenziale costituito da 20 appartamenti a Cesena del valore di 3 milioni di euro, una villa con piscina a Ferrara, villette a schiera e appartamenti situati in varie località del ferrarese, e nelle province di Roma, Rovigo e Modena. E proprio su Modena moglie e marito avevano di fatto realizzato il loro quartier generale, fissando tra la città e Finale la sede di un consorzio e tre società a responsabilità limitata. Perché anche sotto la Ghirlandina facevano affari nel campo della logistica, del facchinaggio e delle pulizie, tutti servizi che le grandi aziende tendono ad esternalizzare per abbattere i costi.
«La provenienza illecita del denaro utilizzato per acquisire il consistente patrimonio e la notevole e ingiustificata sperequazione fra beni posseduti ed il reddito dichiarato delle persone indagate - spiega una nota della Finanza di Ferrara - sono le ragioni che hanno permesso al Tribunale di emanare la misura di prevenzione patrimoniale, che trae i suoi fondamenti dalla legislazione antimafia. Con tale norma il legislatore ha voluto colpire le persone (non solo mafiose) ma anche quelle “socialmente pericolose” che sulla base di elementi di fatto, siano abitualmente dedite a traffici delittuosi e dispongano direttamente o indirettamente di beni, il cui valore risulti sproporzionato al reddito dichiarato o all'attività economica svolta ovvero quando, sulla base di sufficienti indizi, si ha motivo di ritenere che gli stessi siano il frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego».
Una triangolazione su cui la Guardia di Finanza di Ferrara ha lavorato per anni e che ha già portato anche ad una sentenza di primo grado in cui marito e moglie sono stati condannati, così come lo stesso Piccinini. Ora, però, è scattata la seconda fase dell’inchiesta, che prevede il sequestrato e la contestuale confisca, su ordine del Tribunale di Ferrara, di un vasto complesso di beni riferibile ai due coniugi marocchini condannati per frode fiscale. Il valore dei beni confiscati ammonta a 22,2 milioni di euro composti da quote di società e il complesso di cespiti ad essi riferibili (crediti, beni immobili, autoveicoli). Ci sono quindi cospicui compendi immobiliari, fra cui un complesso residenziale costituito da 20 appartamenti a Cesena del valore di 3 milioni di euro, una villa con piscina a Ferrara, villette a schiera e appartamenti situati in varie località del ferrarese, e nelle province di Roma, Rovigo e Modena. E proprio su Modena moglie e marito avevano di fatto realizzato il loro quartier generale, fissando tra la città e Finale la sede di un consorzio e tre società a responsabilità limitata. Perché anche sotto la Ghirlandina facevano affari nel campo della logistica, del facchinaggio e delle pulizie, tutti servizi che le grandi aziende tendono ad esternalizzare per abbattere i costi.
«La provenienza illecita del denaro utilizzato per acquisire il consistente patrimonio e la notevole e ingiustificata sperequazione fra beni posseduti ed il reddito dichiarato delle persone indagate - spiega una nota della Finanza di Ferrara - sono le ragioni che hanno permesso al Tribunale di emanare la misura di prevenzione patrimoniale, che trae i suoi fondamenti dalla legislazione antimafia. Con tale norma il legislatore ha voluto colpire le persone (non solo mafiose) ma anche quelle “socialmente pericolose” che sulla base di elementi di fatto, siano abitualmente dedite a traffici delittuosi e dispongano direttamente o indirettamente di beni, il cui valore risulti sproporzionato al reddito dichiarato o all'attività economica svolta ovvero quando, sulla base di sufficienti indizi, si ha motivo di ritenere che gli stessi siano il frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego».
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