I Cacciatori dell’Abbandono e la “bellezza dimenticata”
Simone Saiu e Filippo Ferretti esplorano siti industriali, ville antiche o chiese: luoghi derelitti ma affascinanti che immortalano in fotografie incredibili
SOLIERA. A volte la bellezza si nasconde laddove vediamo solo grigio. In luoghi davanti ai quali passiamo di sfuggita ogni giorno durante il tragitto da casa al lavoro o verso ovunque la quotidianità ci trascini. Basterebbe esplorare quel grigiume come fanno Simone Saiu, 44anni solierese e Filippo Ferretti, 38 anni di Correggio, per scoprire che la bellezza si trova dove uno meno se l’aspetta.
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«Avevo finito di lavorare e stavo facendo un giro - racconta Filippo -, quando ho visto un ex salumificio a Rolo. Non so perché, ma sono entrato. Ero incuriosito da questo enorme edificio abbandonato. Come quando da ragazzini si andava all’avventura sono entrato. Sono rimasto colpito dalla grandezza di quel luogo, ma anche dalle foto: avevano colori impressionanti». Filippo allora non sapeva ancora che quello che stava facendo ha un nome: “urbex”, ovvero urban exploration. «L’ho subito raccontato a Simone, che si è interessato. E così sono i nati i “Cacciatori dell’Abbandono”».
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Solo dopo Filippo e Simone, che sono colleghi di lavoro, hanno scoperto di non essere soli. La moda dell’urbex è diffusa ovunque nel mondo: «Si va alla ricerca di edifici, residenziali o industriali in genere, abbandonati. Perchè? Si viene proiettati in un’altra epoca. Ci sono certe ville antiche che sono gioielli, in cui il tempo si è fermato». Lo si intuisce dai particolari delle foto che regolarmente pubblicano sulla loro pagina Instagram. Piccoli ritratti di quotidianità unici nella loro semplicità e nel loro ingannare il tempo. «Oppure ci sono angoli di bellezza come gli affreschi di certe chiese abbandonate.
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E allora uno si ferma e riflette su che cosa l’uomo sia in grado di fare». E allo stesso tempo di abbandonare: «È terribile pensare che alcuni luoghi che potrebbero essere recuperati, mantenendo la loro originalità, siano invece abbandonati alle intemperie, ai ladri e ai vandali. Poi ci sono gli edifici industriali che colpiscono per la maestosità. Se facciamo denuncia sociale? In un certo senso sì. Ci sono persone che hanno visto nelle nostre foto vecchie fabbriche in cui avevano lavorato e si sono messi le mani nei capelli: non credevano a come si erano ridotti quei luoghi a loro cari. È nella natura umana: la modernità ha portato a cambiamenti e alla chiusura di quei siti industriali. Ma la domanda è: perché non riconventirli?».
Fedeli al loro nome i Cacciatori dell’Abbandono ogni settimana si muovono principalmente tra Modena, Reggio e Mantova alla ricerca della bellezza che il resto dell’umanità ha dimenticato, seguendo solo una semplice regola: «Lasciare ogni luogo così come lo si è trovato».
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