La rapina dei vasi etruschi si discuterà in Cassazione
Serramazzoni. Ricorso dopo le condanne in appello: in tre rischiano altro carcere I coniugi sequestrati chiedono danni per 11 milioni: «Di notte non dormiamo più»
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SERRAMAZZONI. Andrà fino in Cassazione il duello giudiziario sulla rapina choc in villa che il 18 marzo 2014 a Serra fece precipitare nell’incubo la famiglia di un imprenditore, legata e minacciata per il furto di gioielli e vasi ritenuti etruschi.
In appello, tutte le condanne sono state confermate: 6 anni e 9 mesi per Salvatore Loreto (già condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso), 4 anni e 9 mesi per Aires Gilioli (geometra modenese incensurato, considerato l’architetto del colpo), 6 anni per Adriano Pasqual (“professionista” con già 21 anni di carcere alle spalle).
In questi giorni però è arrivato il ricorso dei primi due alla Suprema Corte, che sarà senz’altro seguito dal terzo. Del resto, se si fermavano all’appello la pena diventava definitiva: Loreto e Pasqual sono già in carcere, ma le sue porte si sarebbero aperte anche per Gilioli (ora ai domiciliari). La cosa non ha quindi sorpreso la famiglia dell’imprenditore: «Siamo certi che anche la Cassazione confermerà in pieno le condanne, a fronte delle motivazioni finora emerse – sottolinea l'avvocato pavullese Fausto Gianelli, che la seguirà anche in questo passo – intanto noi abbiamo avviato la causa civile per il risarcimento danni nei confronti di Loreto e Gilioli, perché Pasqual è nullatenente».
Già tenuti a sborsare 25mila euro d’anticipo, i due rischiano grosso: a fronte di una richiesta di partenza di 19 milioni (il valore presunto di vasi e gioielli) potrebbero rimetterci entrambi la casa, e Gilioli anche il capannone dell’azienda.
D’altronde, i giudici nelle motivazioni della sentenza d’appello sottolineano che le persone offese “hanno subito un ingentissimo danno morale, stante le modalità della rapina, particolarmente efferate e crudeli”, con tanto di sequestro di persona e pistola puntata alla tempia del figlio 16enne. Anzi, i giudici sembrano meravigliarsi un po’ che in primo grado il verdetto non sia stato ancora più pesante “avendo il primo giudice concesso, senza motivazione alcuna, le attenuanti generiche addirittura con giudizio di prevalenza sulle sussistenti aggravanti”.
Nel ricostruire la vicenda, la Corte ricorda anche che “i coniugi avevano conosciuto l’imputato Loreto nel marzo 2014 perché presentatogli da Ralenti Luigi, persona da loro ritenuta pienamente affidabile in quanto sindaco”. Riconoscendolo “ignaro” della rapina, i giudici, ritornando sulla presenza di Ralenti in casa al momento dell’irruzione dei banditi (mentre si attendevano acquirenti svizzeri per i preziosi), sottolineano che nel suo ruolo di mediatore “il suo compito doveva essere solo quello di presentare Loreto alla famiglia, con compenso di 300mila euro”. Famiglia che ad oggi, per lo choc subito, “passa ancora molte notti insonni”, come precisa l’avvocato Gianelli.
Daniele Montanari
In appello, tutte le condanne sono state confermate: 6 anni e 9 mesi per Salvatore Loreto (già condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso), 4 anni e 9 mesi per Aires Gilioli (geometra modenese incensurato, considerato l’architetto del colpo), 6 anni per Adriano Pasqual (“professionista” con già 21 anni di carcere alle spalle).
In questi giorni però è arrivato il ricorso dei primi due alla Suprema Corte, che sarà senz’altro seguito dal terzo. Del resto, se si fermavano all’appello la pena diventava definitiva: Loreto e Pasqual sono già in carcere, ma le sue porte si sarebbero aperte anche per Gilioli (ora ai domiciliari). La cosa non ha quindi sorpreso la famiglia dell’imprenditore: «Siamo certi che anche la Cassazione confermerà in pieno le condanne, a fronte delle motivazioni finora emerse – sottolinea l'avvocato pavullese Fausto Gianelli, che la seguirà anche in questo passo – intanto noi abbiamo avviato la causa civile per il risarcimento danni nei confronti di Loreto e Gilioli, perché Pasqual è nullatenente».
Già tenuti a sborsare 25mila euro d’anticipo, i due rischiano grosso: a fronte di una richiesta di partenza di 19 milioni (il valore presunto di vasi e gioielli) potrebbero rimetterci entrambi la casa, e Gilioli anche il capannone dell’azienda.
D’altronde, i giudici nelle motivazioni della sentenza d’appello sottolineano che le persone offese “hanno subito un ingentissimo danno morale, stante le modalità della rapina, particolarmente efferate e crudeli”, con tanto di sequestro di persona e pistola puntata alla tempia del figlio 16enne. Anzi, i giudici sembrano meravigliarsi un po’ che in primo grado il verdetto non sia stato ancora più pesante “avendo il primo giudice concesso, senza motivazione alcuna, le attenuanti generiche addirittura con giudizio di prevalenza sulle sussistenti aggravanti”.
Nel ricostruire la vicenda, la Corte ricorda anche che “i coniugi avevano conosciuto l’imputato Loreto nel marzo 2014 perché presentatogli da Ralenti Luigi, persona da loro ritenuta pienamente affidabile in quanto sindaco”. Riconoscendolo “ignaro” della rapina, i giudici, ritornando sulla presenza di Ralenti in casa al momento dell’irruzione dei banditi (mentre si attendevano acquirenti svizzeri per i preziosi), sottolineano che nel suo ruolo di mediatore “il suo compito doveva essere solo quello di presentare Loreto alla famiglia, con compenso di 300mila euro”. Famiglia che ad oggi, per lo choc subito, “passa ancora molte notti insonni”, come precisa l’avvocato Gianelli.
Daniele Montanari
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