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Libri. Dal dramma al comico: la commedia umana di Francesco Baraldini

di Michele Fuoco
Libri. Dal dramma al comico: la commedia umana di Francesco Baraldini

“I nipotini dello zio Sulprizio” nuovo romanzo del farmacista modenese che narra una storia di costumi che è anche storia del cuore

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MODENA. Un mondo osservato ma anche immaginato, con scene dagli intrighi complessi, e tante figure lanciate in una giungla sociale dove si scatena la lotta per la vita: così si offre il romanzo “I nipotini dello zio Sulprizio” di Francesco Baraldini, titolare della Farmacia del Collegio. Circa 550 pagine (Elis Colombini ed. 20 euro) per abbracciare molti campi della conoscenza, tessere una storia di costumi che è anche storia del cuore, con gli “eroi” indagati nei caratteri distintivi.
 

Questo romanzo è una sorta di “commedia umana”?
«Una commedia umana con personaggi mascherati anche nelle caratteristiche comportamentali, per creare situazioni buffe, divertenti. È la realtà portata a trasfigurazione. Vale bene per il romanzo il motto latino “castigat ridendo mores” (corregge i costumi col ridere)».
Si assiste a passaggi improvvisi di stili, di generi: dalla pura narrativa al fantasy e al giallo, dal drammatico alla leggerezza del vivere e all'ironia...
«Questo romanzo l'ho pensato poco, perché mi è stato magicamente quasi ispirato da non so chi. A metà libro non riuscivo ad andare avanti. Ho atteso qualcuno che sbloccasse le situazioni, le frasi che poi mi venivano spontaneamente. Anche ora, quando scrivo e mi trovo davanti a situazioni difficili, senza che ci pensi mi arriva la soluzione. È come se il romanzo fosse già stato scritto...».
 

Perché lo definisce “romanzo goticomico”?
«È un po' l’aggancio a “Il fantasma di Canterville” di Oscar Wilde e al film di Polanski “Per favore non mordermi sul collo”. È come stemperare le paure, il tenebroso del gotico, le cui situazioni sono spesso ridicole, inducono al riso. Nel mio libro, di tragico e ineluttabile non c’è nulla. E se c’è qualcosa di questo serve a sbloccare altre situazioni».
Chi è lo zio Sulprizio?
«È una persona colta (restauratore, professore cacciato dall'Università, anche per gelosia del figlio del rettore) e sa fare molte cose. Le delusioni che lo hanno portato ad isolarsi in un luogo dove nessuno lo va a cercare. Un luogo che, da ragazzino, ho visto: una villa bombardata e ristrutturata. Quando era bombardata, nelle ampie cantine sotterranee abitavano numerose persone. Ampliando fantasticamente questo mondo, l'ho dilatato per farlo diventare una reggia, con tavolate, balli... E tutti aspirano a diventare i nipoti di Sulprizio che li sottopone ad alcune prove. Lui vive di nascondimenti. Una persona un po' ambigua che, però, muove i fili. Il fenomeno è anche molto attuale».
 

Quale dei nipotini le è più simpatico?
«L’evaso che vuole ritrovare le figlie e ammazzare il figlio del rettore. È lui a dettare legge e a prendere il comando, minacciando lo zio Sulprizio».
Tante le citazioni colte, anche nei titoli dei capitoli: Come si seducono le donne (Marinetti), Uomini e topi (Steinbeck), La bottega dell'antiquario (Dickens), La scuola delle mogli (Molière)...
«Sono nato in una famiglia borghese, con una ricca biblioteca ottocentesca della nonna. E andavo a comprare a Bologna alla libreria Veronese di Ruggero Carnevali le prime edizioni di autori del ‘900. Gli autori li ho “leggiucchiati” tutti e sono penetrati nella mia formazione. Ecco il perché di determinati parallelismi».
 

Quali i referenti alti della sua scrittura?
«Un po' tutti e nessuno. Apprezzo Landolfi, Leo Perutz per le situazioni paradossali ne “Il cavaliere svedese”, Fenoglio, Berto per la scrittura. Ma non mi lascio conquistare dalle mode. Non uso anglicismi, francesismi. Mi piace un italiano corretto, con un modo garbato di dire le cose, senza volgarità».
Chi è lo scrittore del nostro tempo?
«È un isolato, affaticato e deluso. Se si pubblica un libro, si perdono le amicizie. La gente ti toglie il saluto. Vorrei sintetizzare ciò in una frase di Michail Bulgakov: “L'ingiuria, l'offesa (e l'indifferenza, aggiungo io) è la ricompensa o il riconoscimento abituale ad ogni opera ben fatta”».
 

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