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Ricostruzione, la rabbia degli artigiani 

Ricostruzione, la rabbia degli artigiani 

«Se le imprese edili sono in difficoltà tra burocrazia e ritardi nei pagamenti, noi a caduta soffriamo un sistema assurdo»

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Se Sparta piange, Atene non ride. I problemi economico-burocratico-finanziari di una ricostruzione dai due volti - quella raccontata nelle cronache istituzionali e quella denunciata dalle imprese - non colpisce soltanto le aziende della ricostruzione, capofila e referenti di Comuni, Regione e Committenti.
Colpisce purtroppo, a caduta, centinaia di aziende artigianali e di piccoli padroncini, molti dei quali ormai disperati, falliti o pronti a portare i libri in tribunale.
Ieri lo sfogo di Giovanni Neri, costruttore e presidente dell’Ance, l’associazione dei costruttori edili modenesi. Neri ha denunciato che i clamorosi ritardi nei pagamenti, così come la burocrazia, fatta ad esempio di ripetute richieste di integrazioni, hanno drammaticamente ridotto la liquidità delle imprese, che non riescono più a pagare i subappaltatori e i fornitori. Neri ha annunciato a breve la caduta di altre aziende, dopo la richiesta di concordato preventivo della Stabellini.
Ma gli artigiani non se la passano meglio. A giorni è attesa una presa di posizione ufficiale.
In avanscoperta in Regione è andata nei giorni scorsi una delegazione di artigiani.
«Confermo quanto hanno già espresso pubblicamente da altri miei colleghi - commenta uno di loro, che preferisce evitare nomi per evitare speculazioni- non ci sono ormai più gli estremi perchè le aziende artigiane possano prendersi committenze del terremoto. Il meccanismo è tale che noi artigiani non possiamo accordarci con il cliente, ma con l’azienda capofila. Spesso si tratta di aziende con pregresse difficoltà economiche, che contavano nella ricostruzione per rilanciarsi. E spesso finisce che i fondi della ricostruzione non arrivano, arrivano con clamorosi ritardi, oppure per l’appunto vengono trattenuti dall’impresa capofila per altre esigenze di bilancio. Risultato: noi spendiamo cifre importanti per le forniture di materiali, tanto che siamo al punto che si paga al momento dell’ordine, altrimenti i fornitori non consegnano. Con quelle cifre ci esponiamo, aggiungiamo la manodopera e poi nessuno ci paga, nè a 90 giorni, nè mai».
L’amarezza è tanta: «In Regione ai tecnici abbiamo chiesto di modificare almeno le ordinanze, che sono fatte male. Se viene rilasciato un sal, gli artigiani che hanno fornito un servizio devono poter essere rimborsati. Altrimenti accade quello che vediamo oggi: persone dentro le case ricostruite, aziende capofila che quando percepiscono i fondi li trattengono o spendono altrimenti, e noi artigiani che ci stiamo mangiando capitali accumulati in una vita, a causa di normative inadeguate e non tutelanti della ricostruzione».
È andato due volte in Regione, in ambasciata, cosa le hanno detto? «Che la modifica eventuale delle ordinanze è un problema di volontà politica, che vedranno quel che si può fare. Ma per tanti artigiani, se penso anche alle aziende edili che stanno saltando, ormai è tardi. Questo sistema privo di buon senso costerà troppo alla nostra categoria. Si preferisce tenere gli operai fermi, per non avventurarsi in un simile ginepraio».

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