Modena, don Sergio celebra Ferrari «Lui ci incoraggia ancora»
In Santa Caterina il cappellano della F1 ha ricordato genio e umanità del Drake Gli aneddoti dei meccanici, l’orgoglio di aver conosciuto «un grande uomo»
MODENA. «Enzo Ferrari c’incoraggia ancora». Con queste parole Don Ruspa, al secolo monsignor Sergio Mantovani, ha ricordato ieri il Drake nel giardino della scuola Santa Caterina. Non era una giornata come tante altre. «Il 12 marzo 1947, alle 16, Ferrari usciva dagli stabilimenti di Maranello - ha ricordato Alberto Beccari, presidente dell’ex Ferrari Club di Maranello - con una macchina che nessuno conosceva. Non aveva ancora la carrozzeria, ma girava per le strade di Modena e Maranello. Ferrari realizzava così il suo grandissimo sogno: creare macchine potenti».
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La 125 S (quello il nome del primo modello) ha avuto una lunga discendenza.
«Ferrari diceva che il suo progetto non era nato ambizioso - ha detto Stefano Pedrielli, vicepresidente del Ferrari Club Modena - ma lo è diventato. Enzo Ferrari ha avuto una carriera straordinaria. Era conosciuto come manager e pilota, ma non ancora come costruttore. Nessuno pensava che avrebbe vinto a Roma sul circuito di Caracalla e che quella sarebbe diventata la prima di una lunga serie di vittorie. La Ferrari ha prodotto 230mila auto in settant’anni, sulla Ferrari sono saliti i migliori piloti del mondo. Il nome Ferrari è un simbolo d’ingegno, un brand conosciuto in tutto il mondo. Ferrari ha arso amore per i motori e le persone. I meccanici ne sono la testimonianza».
Testimonianze ne hanno portate i meccanici e i motoristi. «La Ferrari è una passione indescrivibile - ha spiegato Felice Di Vito - e lavorare per il Cavallino Rampante vuol dire aver raggiunto il massimo. Sono nato al Sud, sono arrivato a Modena e ho fatto 27 anni di gavetta. Ho avuto poi la fortuna di conoscere Enzo Ferrari e sono arrivato in Ferrari. Era una grande persona. Ricordo che quando gli ho chiesto di lavorare per lui, mi ha detto “Vai a Maranello, prendi il modulo e scrivi ‘Enzo Ferrari’ tra le referenze”».
Altri ne hanno condiviso l’esperienza. «Dal 1959 al 1990 sono stato in Ferrari - ha proseguito Rolando Levoni - e dal 1967 al 1983 sono stato sulle piste del mondo dietro la macchina di corsa, sempre come meccanico. Una persona come Ferrari non nascerà più: ha fatto tantissimo per Maranello. Di piloti ne sono passati tanti, ma ero affiatato con Clay Regazzoni: gli avevamo anche insegnato il nostro dialetto, era uno dei nostri».
«Sono stato in Ferrari dal 1947 al 1987 - ha ricordato Gisberto Leopardi - e sulle piste negli anni Sessanta e Settanta. Sono state più le gioie dei dolori. I piloti facevano parte della mia vita, del mio sangue. Alcuni ci hanno anche lasciato la vita. Ferrari aveva un’umanità e un senso del progresso fuori dal comune. Siamo i migliori di tutti».
Ai piloti che hanno perso la vita è dedicata l’Ara posta al centro del giardino. «Ferrari ci incoraggia di tenerla a posto - ha detto Don Sergio - come ricordo perenne. Ha creato tanti posti di lavoro. Lui non si risparmiava quando c’era da “picchiarmi”, come ho fatto io con altri personaggi con Luca di Montezemolo e Bernie Ecclestone. Ho tante cartoline in cui c’era scritto “Caro peccatore”, “Caro don Ruspa”. Era un uomo che aveva la realtà in mano, sincero».
«A Ferrari piacevano i piloti combattivi - ha concluso Felice Di Vito - per cui quelli che abbiamo vanno bene».
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