Fiorano, la storia di Oumar: «Così ho attraversato l’inferno libico e il mare»
Il richiedente asilo diventato tirocinante del Comune: «In 90 su un gommone di 4 metri. Voglio solo lavorare e farmi una famiglia qui»
FIORANO. Oumar non è mai stato intervistato, ma non gli dispiace. Lo si capisce perché durante la pausa pranzo del suo primo giorno di lavoro non tocca la pizza, che si raffredda sul tavolino del bar. Racconta la sua vita, i 27 anni che lo hanno trascinato dal Senegal a Fiorano, dove ieri, da richiedente asilo, ha iniziato il tirocinio nel magazzino comunale. Un viaggio lungo oltre 6mila chilometri.
«Sono nato a Kaolack, in una famiglia di otto persone. Fino a 17 anni ho vissuto lì. Ho frequentato la scuola coranica (che è solo orale, ndr) ed eravamo molto poveri». Poco più che adolescente, Oumar si trasferisce a Dakar dove segue le orme del padre e diventa venditore ambulante: «Vendevo articoli per cellulari, ma non guadagnavo a sufficienza da vivere». Così risparmia i circa 3000 Franchi Cfa (poco meno di 3 euro) per il viaggio in Mali, dove alcuni amici gli avevano assicurato che il lavoro sarebbe stato maggiore. Ma anche qui la situazione non migliora e così prosegue il viaggio, stavolta verso la Libia, su un pullman.
Oumar è un ragazzo altissimo, sorridente e i suoi occhi perdono la luce solo quando parla della Libia: «Alla frontiera ci hanno fatto scendere - ricorda - . Uno per uno in fila dovevamo pagare quanto dovuto per poter andare oltre. Chi non pagava non proseguiva. Poco dopo siamo stati fermati ancora, stavolta dalla polizia. O pagavi o ti fermavi. Poi, per attraversare il deserto, ci hanno caricato su dei pick up, stracarichi. Un viaggio pericoloso».
Ma che, almeno nelle speranze di Oumar, sarebbe dovuto essere quello finale. Ma la Libia non è il paradiso che qualcuno gli aveva dipinto. «È terribile. Mi avevano detto che avrei potuto fare il muratore e così è stato: non si lavorava tutti i giorni, ma solo a chiamata. Il fatto è che dopo che venivi pagato ti rapinavano. Ti puntavano la pistola addosso, ti perquisivano e ti rubavano i soldi. Ribellarmi? Qualcuno lo ha fatto, gli hanno sparato alle gambe. In Libia paghi, perché “tutti è polizia”». E nessuno lo è. Che fare allora? Qualcuno gli suggerisce l’Italia. Oumar pensa che peggio della Libia, dove vive in un casolare assieme a tanti altri ragazzi, non ci può essere nulla. Anche perché tornare indietro non è consentito. Chi vive sulla sua pelle e su quella di tanti altri non glielo permetterebbe, altrimenti potrebbe raccontare l’inferno Libia. Allora Italia sia. Con la promessa di un viaggio sicuro. Il prezzo è di 700 dinari (attualmente circa 500 euro). Anche stavolta Oumar riesce a risparmiare e a pagare. Ma il 4 marzo 2015, quando arriva sulla spiaggia non crede ai suoi occhi. Il gommone è piccolissimo: «Sarà stato 4 metri di lunghezza per 2 di larghezza. Eravamo in 90».
Chiediamo per sicurezza a Oumar se i numeri corrispondano alla realtà: «Sì eravamo tutti incastrati. C’era freddo, ma almeno il mare era calmo». Nessuno può tornare indietro da quella spiaggia. Ancora una volta gli sfruttatori non consentono che altri sappiano come funziona il viaggio, altrimenti nessuno pagherebbe. «Dopo 3 giorni sono a Lampedusa. La polizia qui era gentile». Da quel giorno Oumar inizia la sua lunga trafila. Prima la Sicilia, poi Bologna: «Stare in casa, in appartamento insieme ad altri ragazzi senza poter lavorare è dura. Io volevo lavorare». Poi l’arrivo a Fiorano e qui le cose cambiano, come spiegano Silvia Sbrighi e Grazia Migliuolo di Caleidos: «Oumar si è applicato molto. È arrivato analfabeta, ora sta prendendo la licenza media».
«Quel viaggio non lo rifarei mai - spiega Oumar - Ma è qui in Italia che voglio costruirmi il futuro, fare una famiglia. Ai miei amici in Senegal dico sempre di non partire perché il viaggio è troppo pericoloso e la Libia un inferno. L’Italia? Mi piace, ho trovato solo persone gentili. E se qualcuno pensa che noi migranti siamo dei delinquenti rispondo che non siamo tutti uguali». Oumar da quando è in Italia ha perso i genitori: «L’ho saputo per telefono. Sono morti per malattia. Questa è la vita purtroppo». Lo invitiamo a mangiare. L’inizio turno, nel magazzino comunale, è vicino. E poi è un giorno importante per Oumar, la sera dovrà affrontare una verifica su espressioni e potenze. Non lo invidiamo. Ma per uno che ha superato il deserto e il mare, la matematica non sarà certo un problema.
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