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Matrimoni obbligati: «Casi anche a Modena» 

Matrimoni obbligati: «Casi anche a Modena» 

La dottoressa Stefania Vecchi: «Il fenomeno è in crescita e molto vicino a noi Adolescenti vengono costrette con la forza. E arrivano qui chiedendo aiuto»

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MODENA. Sono così lontane da noi situazioni come i matrimoni combinati o i matrimoni forzati? No, decisamente no, purtroppo, a giudicare anche da quanto racconteranno oggi pomeriggio, in occasione di un convegno, alcuni operatori del mondo della medicina e del volontariato. Matrimoni combinati che portano ragazze a rientrare nei paesi di origine perché promesse spose dalle famiglie di appartenenza, quando magari qui si sono già integrate, costruendosi una vita. I casi li conoscono gli operatori sociali che seguono le famiglie, le associazioni di volontariato che vengono in contatto con chi deve inserirsi e i medici che curano queste ragazze.

Non è un caso che la dottoressa Stefania Vecchi, ginecologa molto nota in città, anche vicepresidente di Modena per gli altri, si sia presa a cuore questa vicenda, organizzando il convegno di oggi al Palazzo dei Musei: «C’è bisogno di parlare di questi temi per rendersi conto di quanto succede, per capire che si tratta di una realtà non così lontana da noi. Non abbiamo come obiettivo quello di criticare e giudicare, più semplicemente far conoscere e interrogarsi su quanto si può fare. È l’obiettivo che Moxa e Deade, le due associazioni che organizzano, si sono date».
 

Cominciamo da Modena.
«Non si possono avere dati precisi su questa realtà. Sono stimati in Italia circa tremila casi di matrimoni combinati precoci, dove intendiamo sotto i 16 anni, pratica deleteria e traumatica per le persone che sono protagoniste di questa prassi. India, Pakistan, Bangladesh, Albania, Turchia, Marocco, Nord Nigeria sono le zone maggiormente interessate da questo fenomeno. Vediamo ragazze nate anche a Modena che a 13, 14, 15 anni partono e non tornano più. Ci sono certamente anche scelte volontarie, dovute a cultura e origini, ma la maggior parte di queste ragazze sono forzate e obbligate. Non diamo un punto di vista giuridico, normativo, scientifico. Ne parliamo prima di tutto da un punto di vista umano».
 

Quante persone avete incontrato che vi hanno raccontato la loro storia di adolescenti spose per forza?
«Diverse. Io stessa ultimamente ho avuto contatti con due persone. La Casa delle Donne ha avuto altre esperienze, così come i colleghi ginecologi. Arrivano ragazze spaventate, che non vogliono raccontare direttamente la loro storia perché hanno paura di essere scoperte dalle famiglie. Vengono a chiedere la ricostruzione dell’imene: il fenomeno è difficilmente quantificabile, riguarda soprattutto donne non occidentali, cui viene richiesto per credo religioso o appartenenza etnica di arrivare integre al matrimonio. Hanno paura a tornare a case. E non si pensi che sia una questione riconducibile all’Islam, usciamo dai luoghi comuni da bar».
 

Cosa si può fare?
«Promuovere l’istruzione, formare operatori, aumentare la conoscenza di chi, come le ambasciate all’estero o le regioni in Italia, possa muoversi politicamente in difesa di queste persone, spesso abbandonate e lasciate sole, ma obbligate. E si sa che è da queste forzature che scaturisce poi l’offesa, la violenza verbale e fisica. Dopo non stupiamoci delle gravi conseguenze...». (d.b.)

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