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Il piano letale di Collinssplatt 

Il piano letale di Collinssplatt 

Gli esperti della Scientifica hanno ricostruito l’enigmatico suicidio del 77enne

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PAVULLO. Ci si può mettere il cuore in pace a Pavullo, e in via Turati in particolare. Non c’è nessun motivo per ritenere che vi sia un assassino in giro dopo la morte di Anthony Collinssplatt, perché il suo decesso è da ascrivere esclusivamente a suicidio. L’ufficialità della conclusione spetta ovviamente alla Procura, ma gli elementi raccolti dalla scientifica di Bologna ieri mattina in sopralluogo vanno dritti in questa direzione.
La squadra guidata dal vice questore aggiunto Andrea Del Ferraro è arrivata alle 10.30 nella palazzina, con laboratorio mobile al seguito. E il supporto dei colleghi della polizia di Modena, che avevano fatto il primo lungo sopralluogo il 10 marzo, dopo il rinvenimento del cadavere nel bagagliaio della Micra chiusa nella rimessa sul retro, satura di monossido. Guanti e calzari ai piedi, l’abitazione è stata riaperta dopo una settimana e così i garage, alla ricerca innanzitutto di macchie di sangue con un duplice obiettivo: scovare eventuali tracce sfuggite a un primo esame e completare la ricostruzione dinamica dell’evento. La risposta sul primo fronte è stata sostanzialmente negativa: non sono emersi elementi nuovi rispetto al 10 marzo. E per la dinamica, il puzzle può considerarsi ragionevolmente completato ascrivendo all’ex professore 77enne la volontà di tutti gli atti.
Questo quello che dovrebbe essere accaduto. Nella tarda serata di giovedì, Collinssplatt decide di farla finita: prende una lametta, apre la finestra sul retro e si infligge dei tagli al collo. Non profondi, ma ce n’è uno lungo alla gola che, sporgendosi a collo teso, fa colare sangue: ecco perché il davanzale sporco e soprattutto la chiazza sul selciato. Capisce di non riuscire a togliersi la vita così, forse per un attimo pensa anche di gettarsi dalla finestra, ma lo trattiene sempre la paura del dolore che già gli aveva impedito di recidersi in profondità la gola. Vede il garage sul retro e gli viene l’idea dell’indolore monossido. Le ferite al collo non sono gravi, per questo in casa restano solo piccole macchie. Lui si avvolge in un accappatoio che con la spugna assorbe tutto. Probabilmente si pulisce mano destra (era privo della sinistra come della gamba destra) che si era insanguinata e sorreggendosi solo con una stampella (era avvezzo a muoversi anche senza protesi, perché in casa è stata trovata anche una seconda stampella) scende con l’elevatore nel garage davanti, lo apre e a piccoli passi fa il giro del cortile (la Scientifica ha rifatto il percorso) arrivando al box sul retro. Entra dalla porticina senza macchiare la maniglia perché la mano era pulita, e per questo non ci sono tracce di sanuge neppure sulla chiave dell’auto quando l’accende. Apre il baule e si sdraia senza richiuderlo, poi si addormenta e muore. La Micra resta accesa per dieci ore (i muri sono ancora impregnati di gas), la vettura che meno preferiva e che in effetti aveva il serbatoio quasi pieno.
Daniele Montanari

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