l’intervento
Velo vietato sul lavoro Si privilegia la laicità Ma è la strada giusta?
di Rossella Caci
I datori di lavoro possono vietare il velo alle dipendenti, almeno in determinati contesti. Questo è stato deciso dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea. Ad una completa lettura della sentenza...
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I datori di lavoro possono vietare il velo alle dipendenti, almeno in determinati contesti. Questo è stato deciso dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea. Ad una completa lettura della sentenza però emerge la reale entità del divieto: possibilità di proibire di mostrare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso.
È una tematica molto ampia e spinosa quella legata alla pronuncia della CGUE. Pone numerosi dubbi e solleva innumerevoli domande, ma è difficile trovare in qualche modo risposte adeguate che soddisfino le diverse esigenze e prospettive. Però una possibilità, che ci permetta di affrontare la tematica, potrebbe esserci.
La sentenza emanata dalla CGUE pare in primo luogo confermare un'idea di laicità che per diversi parametri viene vista come valore e principio universale. Esso trova le salde radici anche nelle norme di diritto internazionale e nel costituzionalismo moderno occidentale.
Quando parliamo di laicità dobbiamo sempre capire la sua relativizzazione storico-culturale perché, come sostengono alcuni studiosi come Cavana, “ciascun ordinamento reinterpreta i valori di laicità all'interno della propria tradizione giuridica ed in sintonia con gli sviluppi e le trasformazioni dei propri assetti giuridici fondamentali”. Ecco perché possiamo avere diversi e più modelli di laicità ed ovviamente ognuno corrisponderà alle differenti tradizioni giuridico istituzionali del medesimo principio.
In forza dello stesso principio l'uso del velo islamico può essere vietato. Ovviamente lo stesso ragionamento può essere seguito anche per altri simboli religiosi, incluso il crocifisso. Il problema però è molto più ampio.
Non si tratta solo di una importante limitazione nella espressione della propria religione. Infatti, la CGUE allarga la possibilità del divieto di espressione sul luogo di lavoro anche alle proprie idee politiche e filosofiche. Continuando su questa strada, lo stesso ragionamento potrebbe persino riguardare anche basilari principi costituzionali, ad esempio l’uguaglianza. Il rischio potrebbe essere la potenziale negazione dell’individualità e della pluralità in un mondo che sembra spesso presentare sempre più comuni crisi di identità.
Quanto si evince dalla vicenda è una esaltazione della neutralità che in realtà maschererebbe un apparente pericolo di distruzione delle diversità, rendendo quindi inutile la neutralità stessa che dovrebbe garantire un imparziale trattamento delle diverse realtà. Inoltre, appare anche il rischio di eliminazione della identificazione attraverso i simboli, che potrebbe avere come unica conseguenza la perdita del senso di appartenenza e quindi del costruttivo confronto. Dopo diversi studi giuridici, da cattolica, posso dire che non è affatto infruttuoso avere un’idea universale di laicità, intesa come sana neutralità ed accettazione delle differenze religiose, filosofiche e politiche, anzi penso che tale principio debba essere preservato sempre di più. Ritengo necessaria una valorizzazione di ogni singola tradizione culturale da parte di uno Stato moderno che contribuisca così ad una effettiva integrazione e non porti ad uno scontro culturale.
Una domanda che mi pongo è cosa possa identificare o qualificare gli Stati contemporanei.
È una tematica molto ampia e spinosa quella legata alla pronuncia della CGUE. Pone numerosi dubbi e solleva innumerevoli domande, ma è difficile trovare in qualche modo risposte adeguate che soddisfino le diverse esigenze e prospettive. Però una possibilità, che ci permetta di affrontare la tematica, potrebbe esserci.
La sentenza emanata dalla CGUE pare in primo luogo confermare un'idea di laicità che per diversi parametri viene vista come valore e principio universale. Esso trova le salde radici anche nelle norme di diritto internazionale e nel costituzionalismo moderno occidentale.
Quando parliamo di laicità dobbiamo sempre capire la sua relativizzazione storico-culturale perché, come sostengono alcuni studiosi come Cavana, “ciascun ordinamento reinterpreta i valori di laicità all'interno della propria tradizione giuridica ed in sintonia con gli sviluppi e le trasformazioni dei propri assetti giuridici fondamentali”. Ecco perché possiamo avere diversi e più modelli di laicità ed ovviamente ognuno corrisponderà alle differenti tradizioni giuridico istituzionali del medesimo principio.
In forza dello stesso principio l'uso del velo islamico può essere vietato. Ovviamente lo stesso ragionamento può essere seguito anche per altri simboli religiosi, incluso il crocifisso. Il problema però è molto più ampio.
Non si tratta solo di una importante limitazione nella espressione della propria religione. Infatti, la CGUE allarga la possibilità del divieto di espressione sul luogo di lavoro anche alle proprie idee politiche e filosofiche. Continuando su questa strada, lo stesso ragionamento potrebbe persino riguardare anche basilari principi costituzionali, ad esempio l’uguaglianza. Il rischio potrebbe essere la potenziale negazione dell’individualità e della pluralità in un mondo che sembra spesso presentare sempre più comuni crisi di identità.
Quanto si evince dalla vicenda è una esaltazione della neutralità che in realtà maschererebbe un apparente pericolo di distruzione delle diversità, rendendo quindi inutile la neutralità stessa che dovrebbe garantire un imparziale trattamento delle diverse realtà. Inoltre, appare anche il rischio di eliminazione della identificazione attraverso i simboli, che potrebbe avere come unica conseguenza la perdita del senso di appartenenza e quindi del costruttivo confronto. Dopo diversi studi giuridici, da cattolica, posso dire che non è affatto infruttuoso avere un’idea universale di laicità, intesa come sana neutralità ed accettazione delle differenze religiose, filosofiche e politiche, anzi penso che tale principio debba essere preservato sempre di più. Ritengo necessaria una valorizzazione di ogni singola tradizione culturale da parte di uno Stato moderno che contribuisca così ad una effettiva integrazione e non porti ad uno scontro culturale.
Una domanda che mi pongo è cosa possa identificare o qualificare gli Stati contemporanei.
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