Cefalee, presto nuovi farmaci in arrivo
di Saverio Cioce
Malattia invalidante, al Policlinico 50 mila pazienti in trent’anni. Cinque casi su sei riguardano donne
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Con un umorismo macabro la chiamano la “malattia del suicidio”. Ma per chi soffre di ‘emicrania a grappolo’, il dolore che taglia a metà la testa finisce per essere talmente insopportabile da spingere chi ne è colpito a provare qualsiasi antidolorifico pur di avere una tregua.
«È una sottovalutazione diffusa, tanto che in Italia non è prevista neppure nei livelli Lea - spiega il professor Luigi Alberto Pini, 68 anni, responsabile del Centro Cefalee del Policlinico - Eppure per l’Organizzazione Mondiale della Sanità è la terza causa invalidante, che peggiora la vita di chi ne è colpito in maniera più pesante di altre malattie più diffuse e infauste. Cinque casi su sei colpiscono le donne».
Per lui, che da trent’anni cura e studia il mal di testa dopo essersi specializzato in ematologia e farmacologia, i numeri modenesi stanno lì a dimostrare quanto questa patologia, così diffusa nelle sue forme più leggere, può diventare un incubo per chi ne è colpito in maniera continuativa.
«Nei tre decenni di vita del nostro centro - continua Pini - sono passate 50 mila persone, di cui più dell’80% modenesi o della regione; le percentuali però s’invertono quando si passa ai ricoveri, visto che la nostra struttura è giudicata dal ministero un centro d’eccellenza a livello nazionale. Tanto per fare un numero basti dire che solo negli ultimi otto anni sono stati trattati 23 mila pazienti e tutte le loro schede, la storia clinica di ciascuno, è stata archiviata sui computer».
Diagnosi e cura, certo, ma anche ricerca continua sui farmaci più innovativi oltre che sulle relazioni tra mal di testa e altre malattie, sulle cause scatenanti piuttosto che sulla predominanza generica per un fattore ereditario.
Insomma, una battaglia continua su cui Pini si sente di spendere un pizzico d’ottimismo. «Oggi nell’80% dei casi che trattiamo abbiamo un riscontro positivo con la valigia dei farmaci a disposizioni - incalza - Però c’è anche la soglia dei malati che non reagiscono ai trattamenti o che hanno sintomi confusi, anche se intermittenti e pesanti. Quando parliamo di cefalea cronica consideriamo sintomi che indeboliscono o comunque azzerano capacità lavorativa e di vita di relazione per più di quindici giorni al mese».
Il primo passo è quello di mettere chi ne soffre a proprio agio per fargli capire che si tratta di malattie pesanti che hanno una progressione negativa, anche se possono rimanere stabili per qualche tempo.
Le diagnosi sono altrettanto puntuali e di qui scatta il passaparola di chi dopo anni trova il farmaco giusto dopo la diagnosi giusta che collega la causa del dolore a una precisa radice nell’organismo. Le migliaia di casi affrontati sono spiegati anche con questo meccanismo di cooperazione con i malati. «Negli Stati Uniti - aggiunge Pini - hanno calcolato che chi soffre di cefalea invalidante ha il 25% di possibilità in più di essere licenziato o di avere pessimi risultati di carriera. Peggio dei neri».
Nella nuova frontiera dei farmaci il Centro Cefalee di Modena è un avanposto avanzato. Nell’arsenale delle nuove armi chimiche ci sono due farmaci biologici in fase tre, come gli “anticorpi anti Cgrp”, sperimentati con successo al Policlinico e in rampa di lancio per una produzione industriale, più un altro con una sigla misteriosa, pure molto promettente. «Sono farmaci biologici - conclude Pini - al momento costosi, 1600 euro a fiala: come si possono mettere a carico del servizio sanitario? Ma da questi si parte subito dopo per arrivare a farmaci molto più economici, piccole molecole che colpiranno in maniera mirata».
«È una sottovalutazione diffusa, tanto che in Italia non è prevista neppure nei livelli Lea - spiega il professor Luigi Alberto Pini, 68 anni, responsabile del Centro Cefalee del Policlinico - Eppure per l’Organizzazione Mondiale della Sanità è la terza causa invalidante, che peggiora la vita di chi ne è colpito in maniera più pesante di altre malattie più diffuse e infauste. Cinque casi su sei colpiscono le donne».
Per lui, che da trent’anni cura e studia il mal di testa dopo essersi specializzato in ematologia e farmacologia, i numeri modenesi stanno lì a dimostrare quanto questa patologia, così diffusa nelle sue forme più leggere, può diventare un incubo per chi ne è colpito in maniera continuativa.
«Nei tre decenni di vita del nostro centro - continua Pini - sono passate 50 mila persone, di cui più dell’80% modenesi o della regione; le percentuali però s’invertono quando si passa ai ricoveri, visto che la nostra struttura è giudicata dal ministero un centro d’eccellenza a livello nazionale. Tanto per fare un numero basti dire che solo negli ultimi otto anni sono stati trattati 23 mila pazienti e tutte le loro schede, la storia clinica di ciascuno, è stata archiviata sui computer».
Diagnosi e cura, certo, ma anche ricerca continua sui farmaci più innovativi oltre che sulle relazioni tra mal di testa e altre malattie, sulle cause scatenanti piuttosto che sulla predominanza generica per un fattore ereditario.
Insomma, una battaglia continua su cui Pini si sente di spendere un pizzico d’ottimismo. «Oggi nell’80% dei casi che trattiamo abbiamo un riscontro positivo con la valigia dei farmaci a disposizioni - incalza - Però c’è anche la soglia dei malati che non reagiscono ai trattamenti o che hanno sintomi confusi, anche se intermittenti e pesanti. Quando parliamo di cefalea cronica consideriamo sintomi che indeboliscono o comunque azzerano capacità lavorativa e di vita di relazione per più di quindici giorni al mese».
Il primo passo è quello di mettere chi ne soffre a proprio agio per fargli capire che si tratta di malattie pesanti che hanno una progressione negativa, anche se possono rimanere stabili per qualche tempo.
Le diagnosi sono altrettanto puntuali e di qui scatta il passaparola di chi dopo anni trova il farmaco giusto dopo la diagnosi giusta che collega la causa del dolore a una precisa radice nell’organismo. Le migliaia di casi affrontati sono spiegati anche con questo meccanismo di cooperazione con i malati. «Negli Stati Uniti - aggiunge Pini - hanno calcolato che chi soffre di cefalea invalidante ha il 25% di possibilità in più di essere licenziato o di avere pessimi risultati di carriera. Peggio dei neri».
Nella nuova frontiera dei farmaci il Centro Cefalee di Modena è un avanposto avanzato. Nell’arsenale delle nuove armi chimiche ci sono due farmaci biologici in fase tre, come gli “anticorpi anti Cgrp”, sperimentati con successo al Policlinico e in rampa di lancio per una produzione industriale, più un altro con una sigla misteriosa, pure molto promettente. «Sono farmaci biologici - conclude Pini - al momento costosi, 1600 euro a fiala: come si possono mettere a carico del servizio sanitario? Ma da questi si parte subito dopo per arrivare a farmaci molto più economici, piccole molecole che colpiranno in maniera mirata».
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