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I Green Days di Gerardo Bisaccia: Tra il fiume e le... “mine” Ma farsi comandare, mai

I Green Days di Gerardo Bisaccia: Tra il fiume e le... “mine” Ma farsi comandare, mai

L’infanzia tutta made in Panaro del referente Arci per la cooperazione La guerra del nonno, la tata cieca. Ragazze? Volevano quelli con l’auto

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Gerardo Bisaccia è il referente Arci Modena per il settore cooperazione internazionale e giovanissimi, area diritti e promozione della cultura solidale per la zona di Vignola, e ha, nel raccontare, l’entusiasmo di un bambino. “Sono nato nel 1965, a febbraio – dice – anno dominato dalla Guerra del Vietnam, dalle marce per la pace di Martin Luther King e, mi dicono, dalle prime messe in italiano. Sono un modenese di “seconda generazione” si direbbe oggi, visto che mio papà, artigiano edile, proveniva da Irsina (Matera) e mia mamma, magliaia, dalla Puglia. Abitavamo in via Sant’Agata, in centro, ma ci trasferimmo presto in via Buon Pastore, in un palazzo celestino grigio pallido, che esiste ancora. Lì abitava anche la Tilde, una signora cieca, che con quel suo sguardo di luce buia mi metteva un po’ di soggezione ma mi faceva da tata e mi coccolava tantissimo. Nel ’68, poi, ci trasferimmo in una casa di proprietà fra le vie dedicate ai partigiani, a Modena Est, alle spalle dell’attuale chiesetta ortodossa, che allora era una cappella cattolica di campagna”.

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“Di quel periodo nel Villaggio Modena Est – continua Bisaccia - ricordo … il Panaro. Il fiume sai che c’è. Non te lo schivi. È lì e anche noi, non appena uno straccio di sole risucchiava le nevi perenni che invadevano gli inverni rigidi di allora, c’eravamo, lì. Con la Panèra che è arrivata persino dentro a casa e i vigili che giravano in gommone perché aveva piovuto tanto e a noi sembrava di essere al mare. In compagnia la si andava a vedere a visitare, la Panèra, e a girare sull’argine non ancora ciclabile, con le mamme che urlavano “Attenti! Mi raccomando!”, e tutto finiva lì”.
“Eppoi c’era la casa fantasma! Una casa abbandonata, non finita, che per noi era la fantasia al potere, il regno dell’orrore, la sfida d’iniziazione, altro che cimitero! E fra quei muri chiaroscuri bui impestati a fare i ganzi per poi fuggir via a perdifiato, io, alto, dinoccolato e maldestro ero sempre l’ultimo, il cuore in gola, a uscire fuori dal muro di recinzione”.

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“Mi perdevo anche nei racconti del nonno paterno, mio omonimo – continua - che si era ritrovato come tanti a combattere per Trentotrieste, che manco sapeva dove fossero, e perché dovesse combattere per quella città. Ma la visse alla grande e la vinse quella guerra: tanto felice di riportarsi a casa la pellaccia coriacea, quanto buono a nulla il titolo di Cavaliere (di Vittorio Veneto) che gli impiantarono a medaglia sulla fronte e sul foglio di congedo. Io ero orgogliosissimo del nonno e forse fu proprio grazie a lui che mi appassionai tanto alla storia e … decisi che non mi sarei mai fatto comandare da uno per il sol fatto che portava delle mostrine e dei gradi sulla spalla, abbracciando la scelta dell’obiezione di coscienza al servizio militare”.
“Alle elementari mi piacevano i temi: ne ricordo ancora due. Nel primo ero rimasto congelato (e poi ibernato) per non so qual motivo e non ricordo per quanto tempo: mi ritrovai molto più avanti nel tempo e descrivevo un mondo tutto nuovo. Nel secondo facevo semplicemente parte della mitica Valanga azzurra, a fianco di Thoeni. In realtà, ho sciato per la prima volta (e anche l’ultima) a 40 anni facendo proprio … la valanga”.
“Se penso agli anni successivi, agli anni delle medie alle Ferraris, a parte la voce, la peluria, gli ormoni e “le mine” che allora come ora non confessi sennò arrossisci, ma le guardi eccome… c’era sempre la compagnia del Panaro, le giornate a giocare a ping pong, c’eravamo noi, rimasti amici anche dopo l’università, finalmente adulti. Che bella l’amicizia e, si può dire? che belle le ragazze, anche quelle che mi guardavano come se fossi sempre un cinno, allora, e sceglievano il fidanzato con la macchina”.
Monica Tappa

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