Davide Grasso, foreign fighters anti-Isis a Modena: «I bimbi uccisi mi hanno fatto partire»
In molti si chiedevano chi fosse, quale fosse la sua identità. Era la primavera del 2016 quando dalle frequenze di una radio antagonista lombarda parlava un misterioso combattente italiano al...
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MODENA. In molti si chiedevano chi fosse, quale fosse la sua identità. Era la primavera del 2016 quando dalle frequenze di una radio antagonista lombarda parlava un misterioso combattente italiano al servizio della causa curda, un foreign fighter anti-Isis in collegamento dal Kurdistan siriano. Oggi quell'uomo ha un volto e un nome. Si chiama Davide Grasso, classe 1980, torinese e ricercatore all’università del capoluogo piemontese. Già militante del centro sociale Askatasuna di Torino, uno dei più duri del nord Italia, Davide Grasso ha riempito di inchiostro le pagine dei media antagonisti con le sue analisi e le sue contro-narrazioni sulla situazione in Siria e sulla vita sul fronte mediorientale.
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Il ricercatore che ha scelto la lotta armata ha combattuto l'Isis nelle fila delle Ypg, le unità combattenti curdo-siriane inquadrate nelle Forze Democratiche Siriane: «Non una semplice milizia ma l’unico vero esercito, oltre a quello governativo, a lottare sul campo fra una miriade di gruppi di ispirazione islamista. Si tratta di un esercito multinazionale composto da arabi, curdi, assiri, armeni e altre minoranze, oltre ai combattenti occidentali», dice Grasso, ospite di un convegno tenutosi presso il dipartimento di Lettere di UniMoRe in piazza Sant’Eufemia. Sarebbero quattro i combattenti italiani oggi sul fronte siriano, impegnati nella madre di tutte le battaglie, la presa di Raqqa, la capitale dell'autoproclamato Stato Islamico, una organizzazione con un progetto folle e criminale «improntato al fondamentalismo più oltranzista, il salafismo, una delle correnti dell'Islam radicale più violente a cui si richiamano ideologicamente numerosi gruppi armati attivi nel paese, e non solo dall’Isis», dice Grasso che ha contribuito alla caduta di Manbij, roccaforte del Califfato nero e città strategica nella guerra di liberazione delle forze curde.
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Grasso ha combattuto con i curdi da giugno a ottobre del 2016 quando ha deciso di lasciare le corrispondenze per prendere le armi contro coloro che minacciano le città europee con le loro azioni barbare, l'ultima delle quali occorsa a Londra. «Dopo gli attentati simultanei di Parigi nell’autunno del 2015 mi sono convinto a partire per il Levante, quei ragazzi inermi uccisi dalla furia jihadista sono stati la molla per un mio coinvolgimento diretto», racconta Grasso. Tono pacato, apparenza da anti-divo, Grasso narra dei progressi fatti nel Kurdistan siriano: «È in atto un processo rivoluzionario complesso in cui l’istruzione ha un ruolo centrale: in Kurdistan si viene per combattere ma anche per studiare e sono tante le accademie e le scuole aperte dal movimento rivoluzionario curdo, popolo oppresso prima dal regime di al Assad e poi violentato dai soldati dell'Isis», ricorda il ricercatore.
Il progetto dietro ai mitra è quello del confederalismo democratico, «un modello di convivenza concreto senza sovrastrutture statali. Un percorso politico di autogoverno che coinvolge tutte le minoranze intorno a un patto di pace e sviluppo duraturo, un ideale che valorizza il ruolo della donna nella società», aggiunge Grasso che, lasciate le armi, si dedica al ruolo di conferenziere in giro per l'Italia.«Il nostro paese dovrebbe subito interrompere le relazioni e i rapporti commerciali con l’Arabia Saudita e la Turchia, i principali sponsor del jihadismo nel Levante», conclude Grasso. La conferenza ha registrato qualche momento di tensione quando tre agenti in borghese delle forze dell'ordine hanno tentato di assistere ma sono stati bloccati all’entrata dell’ateneo dagli organizzatori.
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