Profughi, Modena fa scuola in Europa
A Strasburgo si sta approvando un documento che parte da tanti nostri Comuni. Boschini: «Un grande esempio»
3 MINUTI DI LETTURA
Nelle ultime settimane il dibattito sull’accoglienza dei richiedenti asilo si è acceso anche nella nostra provincia. È di questi giorni il caso dell’invio da parte della Prefettura dei richiedenti protezione nei territori colpiti dal terremoto, del “gran rifiuto” del Sindaco leghista di Finale Emilia e la mozione, di Lega e Forza Italia contraria all’accoglienza, respinta dal Consiglio dei comuni dell’Area Nord. Analoghe discussioni su tempi e modi degli invii di stranieri da parte della Prefettura si sono accese poi a Vignola, nel Distretto ceramico e nei vari comuni della Montagna, con dibattiti, anche accesi, in tutto il mondo politico. Sempre con i sindaci in prima fila, presi tra l’esigenza di accogliere persone in oggettiva difficoltà e la paura delle loro comunità per l’impatto dei nuovi venuti. Senza contare le oggettive difficoltà operative di gestione: costi e strutture in primis. Giovedì scorso, infine, in Prefettura a Modena la firma di un protocollo d' intesa sui migranti che rimette un po’ d’ordine nella materia ed estende agli altri Comuni quanto già intrapreso da Modena e altre realtà: i Comuni potranno utilizzare gli stranieri per la pulizia delle strade, progetti sociali e quant’altro sia utile alla comunità che li accoglie. Giuseppe Boschini, consigliere regionale, in questi giorni è a Strasburgo in rappresentanza della Regione Emilia-Romagna, per l’approvazione di un rapporto del Consiglio d’Europa, proprio su questo tema.
Boschini, il Consiglio d’Europa ci promuove o ci bacchetta?
«Conferma in pieno le scelte che stiamo facendo a Modena. Da mesi i colleghi rappresentanti dei governi regionali e delle autonomie locali di tutti i paesi europei, dal Portogallo all’Europa dell’Est, sono al lavoro per scrivere un rapporto condiviso contenente le linee guida per un’accoglienza sostenibile per le comunità locali. Ho fatto parte del gruppo di lavoro, coordinato da una collega svedese ed un ungherese, che ha steso questo importante documento. La strada che, finalmente, il Consiglio d’Europa indica è quella delle comunità locali, anche piccoli paesi, che devono e possono essere i veri protagonisti per affrontare meglio l’emergenza profughi, a precise condizioni».
Quali?
«Che i sindaci non siano lasciati soli. Il Rapporto del Consiglio d’Europa che approviamo in questa sessione di lavoro finalmente delinea chiaramente quello che l’Italia chiede da mesi: un sistema europeo coerente e organico per l’accoglienza. Dove i carichi dell’accoglienza siano distribuiti tra tutti i paesi. Ma dove le condizioni devono essere più chiare: i sindaci devono sapere su quali risorse possono contare per gestire gli arrivi e l’integrazione, e quali sono le regole che possono far valere».
Ma non si teme a livello europeo che caricare l’accoglienza sulle comunità locali generi conflitti, paure e metta in crisi i nostri paesi e le nostre città?
«Le grandi strutture tipo ex-caserme o i campi hanno dimostrato di essere la soluzione peggiore, molto più pericolosa, perché produce solo disperazione e non integrazione. Per questo il Consiglio d’Europa nel rapporto indica la strada dell’accoglienza di chi richiede asilo nelle comunità locali. Prevedendo però piccoli gruppi di migranti, formati da persone ben identificate e di cui si sono analizzate prima storie, capacità e competenze, e che vengono gestite in stretto rapporto con l’associazionismo, il volontariato, il mondo sportivo, aiutandole a imparare al più presto la lingua, a cercare lavoro o a impegnarsi in lavori socialmente utili, per restituire qualcosa dell’accoglienza che ricevono, e per inserirsi al meglio nella comunità locale. E’ appunto l’esperienza fatta da tanti comuni e associazioni a Modena: gli stranieri fermi in albergo a svernare generano rabbia. Invece vedere questi ragazzi impegnati per pulire i parchi o dare una mano al volontariato ci fa capire una cosa semplice: che sono uomini come noi, e possono essere risorse nelle comunità».
Davide Berti
Boschini, il Consiglio d’Europa ci promuove o ci bacchetta?
«Conferma in pieno le scelte che stiamo facendo a Modena. Da mesi i colleghi rappresentanti dei governi regionali e delle autonomie locali di tutti i paesi europei, dal Portogallo all’Europa dell’Est, sono al lavoro per scrivere un rapporto condiviso contenente le linee guida per un’accoglienza sostenibile per le comunità locali. Ho fatto parte del gruppo di lavoro, coordinato da una collega svedese ed un ungherese, che ha steso questo importante documento. La strada che, finalmente, il Consiglio d’Europa indica è quella delle comunità locali, anche piccoli paesi, che devono e possono essere i veri protagonisti per affrontare meglio l’emergenza profughi, a precise condizioni».
Quali?
«Che i sindaci non siano lasciati soli. Il Rapporto del Consiglio d’Europa che approviamo in questa sessione di lavoro finalmente delinea chiaramente quello che l’Italia chiede da mesi: un sistema europeo coerente e organico per l’accoglienza. Dove i carichi dell’accoglienza siano distribuiti tra tutti i paesi. Ma dove le condizioni devono essere più chiare: i sindaci devono sapere su quali risorse possono contare per gestire gli arrivi e l’integrazione, e quali sono le regole che possono far valere».
Ma non si teme a livello europeo che caricare l’accoglienza sulle comunità locali generi conflitti, paure e metta in crisi i nostri paesi e le nostre città?
«Le grandi strutture tipo ex-caserme o i campi hanno dimostrato di essere la soluzione peggiore, molto più pericolosa, perché produce solo disperazione e non integrazione. Per questo il Consiglio d’Europa nel rapporto indica la strada dell’accoglienza di chi richiede asilo nelle comunità locali. Prevedendo però piccoli gruppi di migranti, formati da persone ben identificate e di cui si sono analizzate prima storie, capacità e competenze, e che vengono gestite in stretto rapporto con l’associazionismo, il volontariato, il mondo sportivo, aiutandole a imparare al più presto la lingua, a cercare lavoro o a impegnarsi in lavori socialmente utili, per restituire qualcosa dell’accoglienza che ricevono, e per inserirsi al meglio nella comunità locale. E’ appunto l’esperienza fatta da tanti comuni e associazioni a Modena: gli stranieri fermi in albergo a svernare generano rabbia. Invece vedere questi ragazzi impegnati per pulire i parchi o dare una mano al volontariato ci fa capire una cosa semplice: che sono uomini come noi, e possono essere risorse nelle comunità».
Davide Berti
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
