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Bertoni: così sono nate le poesie sul male che ruba la memoria 

di Michele Fuoco
Bertoni: così sono nate le poesie sul male che ruba la memoria 

L’autore modenese racconta la genesi di “Ricordi di Alzheimer” raccolta giunta alla terza edizione. Il padre e la sua malattia

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È singolare che un libro di poesie possa vantare già tre edizioni. A questo sorprendente traguardo è giunto “Ricordi di Alzheimer” di Alberto Bertoni, critico e docente all'Università di Bologna, che ha fatto della malattia del padre Gilberto un incontro straordinario per un diversa considerazione e manifestazione del linguaggio poetico. Nel libro, di Book Editore (pp. 100, 12 euro), una trama di ricordi tra sgomento e toccante partecipazione affettiva. Prima pubblicazione nel 2008, due anni dopo la morte del genitore; seconda edizione voluta da Manlio Matera, presidente dell'associazione del malati fiorentini e toscani, perché il libro potesse essere adottato, come un piccolo vademecum, da medici, psicologi e parenti di malati. Ora la terza versione con altre quattro nuove poesie e una specie di prosimetro in cui Bertoni racconta la storia del padre. Nell'ultima di copertina una nota del poeta Milo De Angelis e, all'inizio, una poesia pavanese di Francesco Guccini.
Come l'Alzheimer riesce ad essere un terreno fecondo di ispirazione?
«Quando a mio padre è stata diagnostica nel 2001 l'Alzheimer, ho cominciato a scrivere solo della sua malattia e mi sono trovato, sette anni dopo, con un libro su cui ho avuto molti dubbi, perché parlare di una vicenda così privata e dolorosa rischiava di portare la poesia sulla strada del dolore esibito. Una strada rischiosa e antipoetica, ma ho capito che il libro stava bene nel suo insieme: non si trattava solo di una esperienza individuale. Ciò che mi ha confortato in questi anni a fare altre due edizioni è di essermi accorto che l'Alzheimer è una malattia sociale, perché la nostra è una società che tende a perdere la memoria. Lo vedo nei miei studenti; camminando per la strada...».
Credo che sia stato il primo ad affrontare questo argomento...
«Penso di sì. Dopo di me il “Trittico del distacco” del poeta veneziano Pasquale Di Palmo e, di recente, l'antologia “Alzheimer d'amore” di una trentina d'autori, tra cui Magrelli, Rondoni... È una questione che ci accomuna».
In che modo la parola poetica trova consonanze con la perdita della memoria?
«Anafore, rime, assonanze all'interno dei versi sono tutti meccanismi di memoria che ci insegnano a parlare musicalmente. Era importantissimo, da bambini, imparare le poesie a memoria. Cosa purtroppo andata perduta. Allora, per una malattia che fa tabula rasa della memoria, la poesia può diventare una forma di cura. Una forma di interesse per tutti quelli che ne sono coinvolti».
Come ha vissuto il rapporto con suo padre?
«È stato anche un rapporto difficile perché lui non mi riconosceva più come figlio. Il segnale è che mi parlava in dialetto e non lo aveva mai fatto prima. In dialetto parlava con quelli della Ferrari, dove lavorava. Ma in casa, con mia madre maestra, sempre in italiano. Per me un fatto scioccante. È stato un processo conoscitivo duro, faticoso. Mio padre non si sarebbe forse riconosciuto in questo libro. È diventato anche lui un personaggio letterario attraverso la mia scrittura e reinvenzione».
È per scongiurare quella incapacità di ricordare che lei arricchisce la poesia di fatti, persone e luoghi?
«Credo che questa maniacalità, dal 2001, di appuntare gli esempi, le storie della malattia si sia manifestata dentro di me come una sorta di salvezza. Il tentativo di mantenere un diario per non dimenticare. È una forma di esorcismo, di medicina verso la letteratura. La memoria si può allenare come il corpo e i muscoli».
La tua poesia è attraversata da rabbia, amarezza o impotenza?
«Ci sono tutti questi elementi insieme. Ogni poesia ha una tonalità diversa. C'è poi una grande pena, pietà, l'angoscia di vedermi rispecchiato in lui in una posizione di totale impotenza e mancato controllo della realtà».
Qual è l'aspetto più struggente della malattia?
«Ciò che è terribile dell'Alzheimer è che non riguarda solo la persona malata, ma tutti quelli che la circondano. Ho passato mesi e notti di grande difficoltà, imponendomi di continuare il mio lavoro all'Università. Ne sono uscito profondamente traumatizzato».

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