Modena, una festa in Accademia per i cento anni di Ennio Piccaluga
Una vita di ricordi, dal nonno garibaldino al papà emigrato in Puglia a fine ’800 I giorni della guerra e l’8 settembre: «Un meccanico mi salvò dai tedeschi»
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MODENA. Razza Piave di nome e di fatto. Per Ennio Piccaluga, che oggi compie cent’anni, la vita iniziata nel 1917, è stata un combattimento con il destino che ha affrontato a testa alta, memore dei ricordi del nonno, combattente garibaldino.
Domenica, per fargli una festa con l’opportuna solennità, arriveranno quasi un centinaio di persone da tutta Italia e soprattutto da S. Severo (Foggia) dov’è nato da un papà piacentino che emigrò in Puglia alla fine del secolo scorso, al pari di parecchi emiliani. La ragione? Il tumultuoso sviluppo agricolo di una regione che si ritrovò proiettata sui mercati europei per la produzione di olio, vino e frumento. E Piccaluga Grazioso, questo il suo nome, fu tra i primi a fiutare l’affare nella risistemazione delle prime trebbiatrici meccaniche.
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Il figlio Antonio, sesto di otto fratelli (“Ma mia madre ne mise al mondo dodici” ricorda con una punta di orgoglio triste) ha fatto il cammino inverso verso nord per seguire la vita militare che ha abbracciato con un orgoglio passato indenne alle umiliazioni della guerra. È rimasto sempre a Modena, forte di una preparazione di ferro come ragioniere che ne ha fatto un sottufficiale di riferimento nel settore amministrativo dell’ Accademia.
Proprio qui tornerà anche stamattina, ricevuto dal generale comandante, Salvatore Camporeale, per una rimpatriata fatta di ricordi. Tanti quanti gli allievi che ha conosciuto anno dopo anno sino al 1978 quando è stato congedato con la gratitudine di superiori e cadetti che hanno visto in lui un riferimento per risolvere le situazioni più complicate. «Potrò baciare la bandiera?» ha chiesto commosso alla figlia. Lucidità e parlantina, oltre ai ricordi, non gli mancheranno di certo.
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Nato nell’anno della ritirata di Caporetto, ha superato l’epidemia di spagnola (che tra l’altro uccise il suo fratello maggiore) e anche la malaria, poco più che bambino. Si arruolò nel 1937 entrando nella scuola allievi sottufficiali di Nocera Inferiore grazie al diploma come ragioniere della scuola di avviamento professionale. Dopo un anno, con i gradi di sergente, è a Reggio Emilia nel reparto di artiglieria pesante.
«Mel 1939 - ricorda - mi dissero che cercavano un sottufficiale in Accademia. Eravamo all’antivigilia della seconda guerra mondiale e io rimasi durante il conflitto a seguire reclute e cadetti, aiutando anche nella gestione dei depositi di mezzi militari. L’8 settembre 1943, il giorno dell’armistizio, ero invece a Sassuolo, con una sessantina di richiamati perchè i soldati giovani erano tutti al fronte. Fummo attaccati all’alba dai tedeschi e ci arrendemmo solo quando finimmo le munizioni. Portarono tutti a Maranello e qui, grazie a un meccanico di biciclette che nascose abiti civili sotto la tuta, riuscii a scappare. Mi ritrovai a Sassuolo, nascosto grazie ai parenti della mia fidanzata, poi diventata mia moglie».
Una volta in più la fortuna premia il suo buon cuore. Lei aveva quattro figlie, era sola, il marito lontano, in guerra. Piccaluga sceglie di restare a Sassuolo per aiutare la famiglia.
Nel dopoguerra il matrimonio e la nascita di Grazioso, nel 1947, oggi neuropsichiatra e Maria Concetta, nel 1949, oggi insegnante di lettere in pensione. Nonostante la badante per le incombenze quotidiane non rinuncia alla messa domenicale, dove arriva accompagnandosi con il bastone. Le sue aspirazioni? Continuare ad avere una buona salute e la vicinanza di nipoti e pronipoti.
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