Giuliana D'Ercole: Una meteorologa da Modena ai ghiacci dell’Antartide
Tenente dell’Aeronautica al Polo Sud: «È stata dura, ma era una sfida che sognavo»
MODENA. Il rischio più grande quando si arriva in Antardide? Perdere l’orizzonte e immergersi nel White-Out, quel nulla bianco che ti avvolge, senza più riferimenti. Lei, invece, il suo obiettivo lo ha sempre ben chiaro. Determinata e precisa, nella mappa della sua vita ha fissato un altro punto importante. Dopo la famiglia e la missione in Afghanistan, è arrivata anche la spedizione al Polo Sud. Lei è il tenente dell’Aeronautica Giuliana D’Ercole. Nata a Bari 36 anni fa, cresciuta a Matera (sua prima città), sposata a Modena - dove oggi vive con in tasca l’immancabile abbonamento del Modena Volley - ha frequentato in città l’università, alloggiando al collegio San Carlo. Una laurea in Matematica e un dottorato a Modena, un master a Bologna, l’ingresso in Aeronautica con i cinque mesi di accademia a Pozzuoli, mentre a Pratica di Mare ha seguito i corsi di meteorologia. Cinque anni a Milano, in servizio a Linate, dove ha sede il centro meteorologico regionale, dal dicembre 2015 è in servizio al Coa, il Comando Operazioni Aeree di Poggio Renatico (Fe) all’Ufficio per la Meteorologia.
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Dopo l’Afghanistan anche il Polo Sud. Non ce la fa proprio a stare ferma…
Sorride: «L’esperienza fa parte del mio lavoro. E l’esperienza si fa anche stando sul campo».
In Afghanistan aveva combattuto con le tempeste di sabbia. In Antartide cosa fa un meteorologo?
«La prima responsabilità è quella dell’assistenza alla navigazione aerea, oltre al supporto alla pianificazione operativa e al personale della base. Ci sono aerei ed elicotteri che si devono spostare da una base all’altra dell’Antartide in condizioni meteorologiche che spesso nemmeno il satellite ci aiuta a chiarire. Così i nostri occhi devono essere attenti giorno e notte».
È stata dura?
«Diciamo che l’impegno è totalizzante, a tratti molto stressante. Se si decide di effettuare un’operazione e il pilota vola in condizioni non ottimali, i tuoi occhi sono sempre sugli schermi. Non si può pretendere di volare solo quando il cielo è completamente sereno, per poche nuvole non si annulla un’operazione. La responsabilità è tanta, dopotutto c’est l’Antarctique».
Il momento più difficile?
«La base Concordia, a oltre tremila metri di altitudine, doveva chiudere per il sopraggiungere della stagione invernale. Con il buio non si può volare in Antartide. Inoltre nella stagione invernale si crea un vortice polare che complicherebbe ulteriormente le cose. Entro il 13 febbraio andavano portati tutti i rifornimenti e i viveri per permettere a poche persone di rimanere al lavoro isolate per mesi. Ci siamo giocati il completamento dei voli della missione in una finestra temporale ridottissima: bastavano pochi minuti e tutto poteva essere compromesso».
I piloti che pendono dalle sue decisioni: c’è ancora diffidenza nel mondo militare verso le donne?
«Mi sono sempre sentita rispettata e ho sentito la fiducia degli altri. Questo è fondamentale per lavorare bene insieme con continuità, in uno spazio limitato e per lunghi periodi».
A nessuno è scappata una battuta?
«Tutto nella massima serenità, come dovrebbe essere in ogni posto di lavoro, uomini o donne non dovrebbe fare differenza».
L’istinto organizzativo che ogni donna ha in modo più spiccato rispetto agli uomini, come lo ha messo in pratica lontano da casa?
«Alla fine si è come una grande famiglia, ma fuori dal lavoro gli incastri non sono così complessi come nella quotidianità: io avevo la mia stanza al piano terra della base, lavoravo al secondo piano… Diciamo, piuttosto, che ho provato con un tocco gentile a condividere con gli altri una mia passione: il tè delle cinque l’ho sempre preparato per tutti in sala operativa».
Come ci si distrae, dispersi in fondo al mondo, quando si è obbligati a stare dentro la base?
«I turni, un giorno da 14 ore e l’altro da 8, lasciano poco spazio. La sera facevamo spesso collegamenti Skype con le scuole per dare l'opportunità ai ragazzi di soddisfare qualche loro curiosità. Le videochiamate erano sempre presiedute da un ricercatore per ogni campo. Inoltre almeno una volta a settimana qualcuno di noi faceva un seminario per spiegare il proprio lavoro agli altri. Momenti belli di partecipazione, apprendimento e condivisione. Per il resto si mangia, si dorme, si fa il bucato e si trascorre qualche sera con gli altri compagni di spedizione».
Aveva portato qualcosa con sé per ingannare il tempo?
«Libri: la trilogia di Pamela Aidan, Per orgoglio o per amore. E tante serie tv: House of Cards, How I met your mother. L’argomento più discusso a tavola tra italiani, canadesi e neozelandesi era il Trono di Spade: ero in pari con gli episodi, così sono stata parte attiva dei discorsi».
Ha trascorso in missione giorni carichi di significato, come il Natale, e di festa, come il Capodanno: sono più duri da digerire?
«Natale sì, è stato pesante. Ero arrivata da poco, non ci si conosceva ancora bene. Poi sapere della mia famiglia a casa, insomma… È stata dura. Per fortuna c’è chi ha pensato alla tovaglia rossa e ci è stata data la possibilità di pregare in una zona della base, così da farlo sembrare un Natale vero. L’ultimo dell’anno è stata una bellissima festa: abbiamo grigliato all’aperto, faceva freddo e non ho potuto indossare il tacco 10 che avevo portato: nella valigia di una donna non deve mai mancare».
A proposito di temperature, quanto freddo c’era?
«Quando sono sbarcata ero tutta agghindata con la tuta e il materiale che ci avevano dato durante l’addestramento propedeutico alla missione. Sono scesa dall’aereo e c’era quasi caldo. Noi eravamo a livello della costa dove la temperatura media annua è di meno 15 gradi, ma che in questo periodo dell’anno, che coincide con l’estate, la temperatura si mantiene intorno ai meno 5 gradi. Con meno umidità rispetto a noi, quindi più sopportabile. Le temperature scendono bruscamente quando ci si muove verso l’interno del continente antartico: nella zona di pendio la temperatura media annua è di meno 40 e sul plateau scende a meno 55. Sono stata fuori con meno 30 gradi e vi assicuro che il freddo si sente».
Sembra soddisfatta. Lo rifarebbe?
«Ho chiesto io di partire e, dopo aver superato il colloquio, le visite mediche e le prove attitudinali mi hanno scelto. Mi sento privilegiata per quello che ho potuto vivere, nonostante tutti i sacrifici che ha comportato. Era uno dei miei sogni, perché non è un posto da tutti, è un luogo che ti mette alla prova, è una sfida. Poi ho potuto vedere paesaggi sorprendenti e una fauna introvabile altrove: i pinguini, le foche, gli skua. A breve termine mi vedo vicina a casa, un domani chissà…».
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